ISLAM è SEMPRE STATO IL SATANISMO

I nuovi perseguitati. Indagine sulla intolleranza anticristiana nel nuovo secolo del martirio Copertina flessibile – 15 apr 2002
di Antonio Socci (Autore) 250 milioni di cristiani rischiano la vita ogni giorno. Il bilancio è tragico: 160.000 vittime all'anno in America Latina, Nord Africa, Paesi Arabi e Asia, 604 missionari trucidati dal 1990 a oggi in Messico, Colombia, Algeria, Arabia Saudita, Pakistan, India, Cina e Birmania. All'alba del terzo millennio i cristiani subiscono ancora persecuzioni cruente, costanti e diffuse. Si tratta di massacri perpetrati per ragioni politiche oppure in nome della fede? Un reportage giornalistico che fa il punto sulla situazione internazionale cogliendo i nessi fra politica, economia e cultura.
https://www.amazon.it/perseguitati-Indagine-intolleranza-anticristiana-martirio/dp/8838469539

Antonio Socci, I nuovi perseguitati, Prefazione di Ernesto Galli della Loggia, Piemme - Casale Monferrato (Al) 2002, Pagine: 160, Duecento milioni di cristiani rischiano la vita ogni giorno per la loro fede. Il bilancio è tragico: ogni anno 160.000 vittime in America Latina, Nord Africa, Paesi Arabi e Asia. Un reportage giornalistico avvincente che fa il punto sulla situazione internazionale cogliendo i nessi fra politica, economia e cultura con lucidità ed efficacia. https://it.clonline.org/libri/libri-consigliati/i-nuovi-perseguitati-2002

I nuovi perseguitati: indagine sulla intolleranza anticristiana nel nuovo secolo del martirio, Antonio Socci, Piemme, 2002 - 159 pagine 250 milioni di cristiani rischiano la vita ogni giorno. Il bilancio è tragico: 160.000 vittime all'anno in America Latina, Nord Africa, Paesi Arabi e Asia, 604 missionari trucidati dal 1990 a oggi in Messico, Colombia, Algeria, Arabia Saudita, Pakistan, India, Cina e Birmania. All'alba del terzo millennio i cristiani subiscono ancora persecuzioni cruente, costanti e diffuse. Si tratta di massacri perpetrati per ragioni politiche oppure in nome della fede? Un reportage giornalistico che fa il punto sulla situazione internazionale cogliendo i nessi fra politica, economia e cultura. https://books.google.it/books/about/I_nuovi_perseguitati.html?id=I9VHPQAACAAJ&redir_esc=y&hl=it

Incitazione al martirio non è terrorismo, dice la Cassazione [ quindi si può chiamare i musulmani alla jihad in Occidente ] Secondo la Cassazione il proselitismo e l'incitazione al martirio in nome del proprio credo non costituisce reato; nello specifico, i giudici si sono espressi sul caso dei tre tunisini e un magrebino
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Socci e i cristiani perseguitati, le colpe dell’occidente distratto, Antonio Socci sarà domani alla veglia del Foglio per Israele e i cristiani perseguitati. Porterà la sua testimonianza di giornalista cattolico che al dramma immane, anche numericamente, dei cristiani in molti quadranti del mondo, dall’Asia all’Africa, si dedica da molto tempo. di Maurizio Crippa, 30 Luglio 2014 alle 14:52. Socci e i cristiani perseguitati, le colpe dell’occidente distratto, Antonio Socci sarà domani alla veglia del Foglio per Israele e i cristiani perseguitati. Porterà la sua testimonianza di giornalista cattolico che al dramma immane, anche numericamente, dei cristiani in molti quadranti del mondo, dall’Asia all’Africa, si dedica da molto tempo. E che spesso ha anche denunciato lo “scandalo” aggiuntivo, ma per nulla minore, del disinteresse occidentale e persino della stessa chiesa per la loro sorte. “Lo scrissi in un libro del 2002, ‘I nuovi perseguitati’. Già allora, studiando i dati mi colpì la sproporzione tra il fenomeno enorme e il nostro disinteresse: milioni di cristiani rischiano la vita ogni giorno, 160 mila vittime all’anno in America latina, Nordafrica, paesi arabi e Asia. Quel libro almeno contribuì ad accendere un interesse in Italia tra vari intellettuali laici, che da allora resiste. Ma in generale siamo proprio noi occidentali a disinteressarci.
E il motivo c’è: i cristiani non fanno notizia, anzi la loro persecuzione non interessa nessuno, fino a essere in qualche modo tollerata, giustificata. Faccio un esempio: abbiamo celebrato tutti e con ottimi motivi Nelson Mandela, la sua lunga carcerazione, ecc. Ma chi dice, o almeno sa, che in Cina ci sono vescovi cattolici in carcere da oltre 40 anni, di cui ignoriamo pure i nomi? Quelli non fanno notizia, non fanno numero”. E’ una conseguenza del “laicismo” occidentale? Non solo. “Anche i cristiani non hanno coscienza, educazione su questo. Pensa che il libro più bello sulle persecuzioni dei cristiani l’ha fatto un ebreo americano anni fa, Michael Horowitz, ‘Il loro sangue grida’. Ma basterebbe pensare al Sudan, il più grande stato dell’Africa, dove in vent’anni ci sono stati due milioni di morti tra i cristiani, non se ne occupava nessuno”. Insomma, non è solo colpa del nuovo “Califfato” in Iraq, o del conflitto mediorientale… “Chiaro, quello che avviene ora, e anzi da parecchi anni a questa parte, dall’Isis a Boko Haram, è l’esplodere di un integralismo dell’islam che in forma così violenta non era esistito negli ultimi secoli.
Va al di là di ogni ragione. Una religione che pretende di poter esserci solo lei, negando il diritto di esistenza a tutto ciò che è diverso, facendone il proprio programma è una cosa inaudita. Allo stesso tempo, torno a dire c’è stata, c’è ancora, troppa distrazione, figlia di un pregiudizio anticristiano. Ricordiamoci il caso di Sakineh in Iran, che era stata condannata per adulterio. Lì ci fu una campagna mondiale, ma in fondo solo perché si toccava il tema della libertà sessuale della persona in chiave ‘occidentale’. Ma di Asia Bibi che è in carcere da anni solo perché è cristiana, solo per la sua fede? Abbiamo visto forse le stesse campagne mediatiche?”. Ogni tanto, la politica qualcosa la fa, però? “E’ vero, io ho ringraziato pubblicamente Cameron e Renzi per quanto hanno fatto per Meriam, la ragazza sudanese condannata per la sua fede. Ma credimi, c’è chi mi ha rimproverato dicendo che l’avevano fatto per ritorno mediatico. E io dico: ben venga lo stesso, ma ti pare? Angela Merkel ha avuto il coraggio di dire: ‘I cristiani sono il gruppo umano più perseguitato nel mondo’. Ben venga, speriamo”.
ttp://www.ilfoglio.it/articoli/2014/07/30/news/socci-e-i-cristiani-perseguitati-le-colpe-delloccidente-distratto-75415/


Un mondo di martiri, Perseguitati perché cristiani nell’Europa atea del Novecento. Il martirologio dimenticato nella guerra fredda dei totalitarismi di Matteo Matzuzzi 8 Maggio 2017 Un mondo di martiri, “Altri, poi, furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione. Altri, infine, subirono insulti e flagelli, catene e prigionia. Furono lapidati, torturati, tagliati in due, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati – di loro il mondo non era degno! – vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra. Tutti costoro, pur essendo stati approvati a causa della...
http://www.ilfoglio.it/magazine/2017/05/08/news/un-mondo-di-martiri-133353/


I cristiani del medio oriente, i nuovi ebrei, Stanno scomparendo: ne approfitterà l’islam radicale, ha scritto il Wall Street Journal il 12 maggio
22 Maggio 2017 I cristiani del medio oriente, i nuovi ebrei, Come gli ebrei prima di loro, i cristiani stanno fuggendo dal medio oriente, svuotando delle sue antiche religioni quella che una volta era una delle regioni più diversificate del mondo”. Così il Wall Street Journal racconta uno smottamento senza precedenti nella regione in una inchiesta ricca di storie e statistiche.
Secondo Todd Johnson, direttore del Centro per lo studio del cristianesimo globale presso il Seminario teologico di Gordon-Conwell a Hamilton, Massachusetts, entro il 2025 i cristiani dovrebbero rappresentare poco più del tre per cento della popolazione del medio oriente, dal 4,2 per cento che erano nel 2010. Un secolo prima, nel 1910, erano il 13,6 per cento.
“L’esodo lascia il medio oriente dominato in gran parte dall’islam, le cui divisioni rivali spesso si scontrano, aumentando la prospettiva che il radicalismo nella regione si acuisca. ‘La scomparsa di tali minoranze mette i gruppi più radicali in condizione di dominare la società’, ha dichiarato Johnson. ‘Le minoranze religiose hanno un effetto moderatore’. Lo scoppio della guerra civile in Siria nel 2011 ha spinto circa la metà della popolazione cristiana di 2,5 milioni di persone a fuggire dal paese, secondo le organizzazioni cristiane che seguono il flusso. Molti sono scappati nel vicino Libano, un’anomalia nella regione, dove i cristiani esercitano potere politico e praticano il culto liberamente. In Iraq, l’instabilità che ha avuto inizio nel 2003, quando un’invasione americana ha rovesciato il leader iracheno Saddam Hussein, si è approfondita più di un decennio più tardi quando lo Stato islamico ha preso possesso di circa un quarto del paese. Dei cristiani del paese ne rimane solo un quinto: erano all’incirca un milione e mezzo nel 2003. Per la prima volta in quasi due millenni, la seconda città irachena, Mosul, una volta sede di antiche religioni, manca di una popolazione cristiana”.
Oggi sino più numerosi i cristiani arabi che vivono al di fuori del medio oriente di quelli rimasti nella regione. “Circa venti milioni – spiega ancora il Wall Street Journal – vivono all’estero, contro i 15 milioni di cristiani arabi che rimangono nel medio oriente, secondo un rapporto dell’anno scorso di un trio di charities cristiane e dell’Università di East London. Nel 1971, i cristiani copti egiziani avevano due chiese negli Stati Uniti. Oggi ci sono 252 chiese copte, secondo Samuel Tadros del Centro per la libertà religiosa dell’Istituto Hudson. Tadros stima che circa un milione di copti siano fuggiti dall’Egitto fin dagli anni Cinquanta”.
Per altro verso, nota il giornale, “la diaspora araba cristiana negli Stati Uniti è già emersa come una potenza nella politica e negli affari. Dina Powell, l’influente membro del consiglio di sicurezza nazionale di Trump, è di origine copta egiziana”.



L'attentato in Egitto "è un accanimento contro la Chiesa e contro i cristiani" Dure parole del nunzio vaticano, mons. Musarò, dopo la strage di copti avvenuta ieri a Minya. Il Papa parla di "vile oltraggio". "Uccisi perché hanno rifiutato di convertirsi all'islam", dice padre Gabriel, della parrocchia copta romana di San Mina di Matteo Matzuzzi, 27 Maggio 2017 L'attentato in Egitto "è un accanimento contro la Chiesa e contro i cristiani", Roma. In un telegramma firmato dal cardinale Pietro Parolin, segretario di stato, il Papa si è detto “profondamente colpito dal barbaro attacco” contro un pullman di pellegrini copti diretti al monastero di San Samuele, avvenuto ieri in Egitto. Francesco – che nel paese nordafricano si era recato in visita il mese scorso, lo definisce un “atto di odio insensato” e manifesta la sua solidarietà a quanti sono stati colpiti da questo “violento oltraggio”, in particolare ai “bambini che hanno perso la vita”. Poco prima, il nunzio al Cairo, mons. Bruno Musarò, aveva parlato di “vile attentato da condannare con forza. Questo è un accanimento contro i cristiani, contro la Chiesa e contro tutti gli egiziani. Preghiamo per le vittime e i feriti e ci stringiamo intorno alle loro famiglie”. Un attentato che, ha detto all’agenzia Sir padre Hani Bakhoum Kiroulos, segretario del Patriarcato copto cattolico d’Egitto, “arriva come spesso accaduto in passato, in corrispondenza delle feste. In questo tempo i cristiani festeggiano l’Ascensione e si preparano a vivere la Pentecoste, mentre i musulmani domani (oggi, ndr) cominciano il mese di Ramadan. Ancora sangue versato che ci provoca tristezza e tanta preoccupazione per il nostro paese. Ora tornerà la paura e con essa di nuovo le chiese blindate”. Anche il Grande imam di al Azhar, Ahmed al Tayyeb, ha condannato l’attentato, definendolo “inaccettabile”. “Ogni musulmano e ogni cristiano lo condanna”, ha detto parlando a Nile Tv, aggiungendo che “tale atto mira a danneggiare la stabilità del paese”.
“Hanno scelto una giornata particolare per l’attentato: domani (oggi, ndr) inizia il Ramadan. Pistole puntate a testa e collo per morte veloce”, ha detto padre Antonio Gabriel, parroco della chiesa copto San Mina e Papa Kirollos di Roma, in un’intervista al Tg2000: “Sull’autobus c’erano anche tanti bambini. Hanno rubato soldi e oro. Hanno anche chiesto loro di rinunciare a Cristo e di diventare musulmani. Se avessero accettato, li avrebbero salvati. Ma i pellegrini hanno rifiutato e così sono stati uccisi”.
“Ogni giorno, la chiesa egiziana offre martiri. E' conosciuta come una chiesa nazionale (e non lo è) ma mai smetterà di sacrificare la sua gente, martiri sia della chiesa che della loro patria", ha detto Aghason Talaat, arcivescovo copto di Maghagha, dove è avvenuto l’attacco.
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Il mondo odia i cristiani, L'odio islamista per i cristiani che l'occidente non vede, Il martirio come destino ineluttabile, la persecuzione infinita contro chi porta “un messaggio scandaloso” per la realtà di oggi. “E’ come stare nelle catacombe”, Matteo Matzuzzi 14 Aprile IL MONDO ODIA I CRISTIANI
"Come potranno i nostri fratelli cristiani resistere a una manifestazione così evidente del male che, anche se in parte sconfitto, ha lasciato delle conseguenze che superano la dimensione puramente umana?”, si chiedeva il vescovo di Carpi, Francesco Cavina, mentre per l’ennesima volta in questi anni piagati dalla furia dell’orda califfale metteva piede nella piana di Ninive, dove si parla ancora l’aramaico di Gesù. Celebrando l’eucaristia nella cattedrale siro-cattolica di Qaraqosh, devastata dall’avanzata jihadista e solo da poche settimane liberata. Un piccolo altare posticcio, una croce, due candele. Tanto basta per una messa nella chiesa trasformata in un poligono di tiro dagli sgherri del califfo Abu Bakr al Baghdadi, che nella loro ritirata hanno dato fuoco agli arredi sacri, come ultimo sfregio.
“L’emozione di celebrare in questo luogo è paragonabile a quella che si prova quando si celebra nelle catacombe a Roma, luogo di sepoltura dei martiri. Qui si può toccare con mano cosa hanno dovuto patire i cristiani dell’Iraq per poter restare fedeli alla propria fede”, aggiungeva Cavina. Ed è altrettanto comprensibile, “che i cristiani si pongano il terribile interrogativo per sé e per i propri figli: ‘Che ne sarà di noi? Oggi abbiamo salva la vita, ma domani? Come sarà possibile tornare nelle nostre case, ammesso che si possano ricostruire, se non ci viene riconosciuto il diritto di vivere in pace nella nostra terra?”. Domande che tra gli sfollati della piana di Ninive, cacciati dalle loro case con il marchio di nazareno, circolano quotidianamente. La sistemazione provvisoria in Kurdistan va bene, l’accoglienza è ottima, tende e container bastano per ora a far fronte all’emergenza che ormai è divenuta normalità. Ma le cicatrici lasciate da quel male così evidente resteranno. Si rischia però di limitare il problema al contingente, declinando la conta dei nuovi martiri su uno sfondo meramente geopolitico. “Io credo che il motivo della persecuzione vada ricercato nel fatto che, in un mondo come il nostro che tenta di imporre in tante modalità un pensiero unico, i cristiani con tutte le loro incoerenze rappresentano una originalità che diventa insopportabile”, dice al Foglio mons. Francesco Cavina. “Mi ha colpito che nel breviario di ieri ci fosse un’antifona che recita ‘Dissero gli empi: opprimiamo il giusto. Egli è contro le nostre opere’. Questa preghiera, secondo me, spiega molto della persecuzione contro i cristiani. Il mondo non accetta le nostre opere, il nostro è un messaggio che va contro il pensiero dominante. Penso – aggiunge il vescovo di Carpi – che la Lettera a Diogneto sia di grande attualità, perché chiarisce il modo di rapportarsi del mondo nei confronti dei cristiani. Essi fanno del bene, hanno figli e non ripudiano i loro bambini. Amano tutti però vengono da tutti perseguitati. Proprio perché il loro modo di vivere, il messaggio che propongono va contro questo pensiero unico che si esprime in tante forme”.
Celebrare la messa nella cattedrale distrutta di Qaraqosh, nella piana di Ninive, in Iraq. Bastano un altare e una croce
Padre Pierbattista Pizzaballa, quand’era ancora custode di Terra Santa, diceva a questo giornale che tornare alla convivenza d’un tempo, quando musulmani e cristiani erano pacifici vicini di casa, sarà difficile, per non dire impossibile. “Ci vorranno molto tempo e diverse generazioni per recuperare il tipo di coesistenza precedente la guerra”, spiegava. “Io sono convinto che si debba dialogare, sia perché senza dialogo siamo finiti sia perché il dialogo è incontro con l’altro e parte integrante della mia vita di fede. Ma deve essere fatto nella verità. Non so – aggiungeva il frate francescano – se si possa dialogare tra le fedi. Io penso di no. Però si può dialogare tra credenti e condividere le esperienze di fede. Questo si deve fare. Non posso credere che vi sia un miliardo e mezzo di persone con le quali non posso entrare in relazione. E’ una aberrazione pensare questo. Dobbiamo farlo, ma nel rispetto reciproco, nella verità. Su questo non si può transigere”.
I numeri della persecuzione anticristiana. In 500 milioni non possono professare la loro fede
Diffuso il rapporto di Open Doors/Porte Aperte. Diminuiscono i morti, ma l'odio contro i cristiani aumenta ovunque nel mondo. Il problema asiatico,


Il mondo odia i cristiani, L'odio islamista per i cristiani che l'occidente non vede, Il martirio come destino ineluttabile, la persecuzione infinita il terrore in Africa, Il martirologio s’aggiorna di giorno in giorno, i numeri sono quelli roboanti che gli istituti specializzati e i centri di ricerca internazionali periodicamente elencano: un cristiano ucciso ogni sei minuti nel 2016, cinquecento milioni i fedeli a Cristo perseguitati per la loro fede alle più varie latitudini del pianeta. Persecuzioni con la spada o in guanti bianchi, come va di moda nell’occidente pronto a rinnegare l’elemento religioso, nell’illusione ormai pluridecennale che così l’irenismo possa trionfare senza troppi ostacoli. Cambia il mezzo, non il fine ultimo, che è quello di annichilire intere comunità, fino a portarle all’estinzione. “Non c’è cristianesimo senza martirio”, diceva il Pontefice in una delle omelie pronunciate nella piccola cappella di Santa Marta, non troppo tempo fa. In Egitto lo sanno bene. Domenica scorsa, la domenica delle palme, Tawadros II, il Papa copto, vagava con lo sguardo perso tra i cadaveri che chiudevano l’ingresso della cattedrale di San Marco, divenuta una sorta d’ospedale da campo per accogliere i superstiti dell’attentato che chirurgicamente ha colpito i cristiani mentre erano riuniti per celebrare l’inizio della Settimana Santa, che per i copti (i “nativi”) è la processione della croce gloriosa. Bombe umane ad Alessandria e a Tanta, seguendo sempre lo stesso schema: massacrare più infedeli possibile, nei loro luoghi sacri, nei giorni di festa. Il giorno dopo, a neppure ventiquattr’ore di distanza, i funerali solenni e la certezza che quelle decine di morti “sono passati dal dolore del martirio alla gloria della Resurrezione”.
La situazione in Nigeria, dove "i terroristi entrano casa per casa e uccidono chi trovano dentro. La nostra arma? Il Rosario"
Un refrain triste: a dicembre l’attentato nella chiesa cairota dei Santi Pietro e Paolo, e ancor prima, qualche anno fa, le bombe negli edifici di culto ad Alessandria. Senza dimenticare lo sgozzamento teatrale di ventuno operai copti sul lungomare libico, con il sangue diluito nelle scure acque del Mediterraneo. Monito agli infedeli africani e a quelli europei, dall’altra parte del mare. Non faranno festa, a Pasqua, i copti. Domenica, mentre il Gloria tornerà a essere cantato dopo il silenzio quaresimale, in Egitto le chiese si apriranno per un momento di raccoglimento e preghiera. Nulla di più. E’ la consapevolezza che il destino è questo, quasi segnato. Ashraf Ramelah, presidente dell’ong Voice of the Copts, dopo ogni attentato ripete la medesima, stanca frase: “Niente di nuovo, è sempre la solita cosa. Ci siamo abituati”. Il Papa di Roma, dopotutto, l’ha detto tante volte: i cristiani, oggi, sono perseguitati più che nei primi secoli, “i martiri sono quelli che portano avanti la chiesa, sono quelli che sostengono la chiesa, che l’hanno sostenuta e la sostengono oggi. E oggi ce ne sono più dei primi secoli. I media non lo dicono perché non fa notizia, ma tanti cristiani nel mondo oggi sono beati perché perseguitati, insultati, carcerati. Ce ne sono tanti in carcere, soltanto per portare una croce o per confessare Gesù Cristo”, diceva Francesco. “Questa è la gloria della Chiesa e il nostro sostegno e anche la nostra umiliazione: noi che abbiamo tutto, tutto sembra facile per noi e se ci manca qualcosa ci lamentiamo. Ma pensiamo a questi fratelli e sorelle che oggi, in numero più grande dei primi secoli, soffrono il martirio!”. Capire perché, oggi, i cristiani siano così perseguitati, è questione non semplice e le dotte spiegazioni accademiche spesso non bastano a soddisfare le domande. Certo, “alcune volte i cristiani sono utilizzati come trofeo in una guerra tra gruppi islamici”, diceva alla Radio Vaticana il giornalista Nello Scavo, autore di Perseguitati (Piemme): “Ci sono delle realtà nelle quali fazioni sciite e fazioni sunnite si contendono spazi di potere e la corsa a dimostrare di essere più forti viene svolta uccidendo cristiani; quindi ‘più cristiani uccido, più dimostro di essere forte’”.
"Non c'è cristianesimo senza martirio. Questa è la gloria della Chiesa e anche la nostra umiliazione", diceva il Papa
Alla fine, si torna indietro di duemila anni, alla radice di tutto: “Il fatto è che il messaggio cristiano – come del resto la predicazione di Gesù al suo tempo – è scandaloso. Gli ebrei di allora fa arrivarono a dire che Gesù stava bestemmiando. Oggi quel messaggio è altrettanto rifiutato; un rifiuto che è pienamente umano. L’uomo non lo accetta perché si sta snaturando nella sua umanità. Di conseguenza, dice Cavina, diventa difficile accettare un messaggio che è fatto per l’uomo. E noi sappiamo che questo accade quando la società entra in una fase di crisi dal punto di vista degli ideali e della morale”.
Un rifiuto che è ben visibile proprio nella realtà egiziana, scriveva martedì su Avvenire l’egiziano Wael Farouq, docente all’Università Cattolica di Milano: “La domenica delle Palme è un giorno speciale per i bambini. Le madri, una volta, si divertivano a creare simboli e giocattoli con foglie di palma. Noi, bambini musulmani, ricevevamo corone, stelle e spade fatte con queste foglie, mentre i bambini cristiani portavano le croci. Li accompagnavamo in corteo fino alle porte della chiesa. Loro entravano per la messa e noi ricevevamo qualche dolce. Poi, in attesa che uscissero, proteggevamo la chiesa da nemici e dèmoni invisibili con le nostre spade”.
Poi, tutto è cambiato. “Alla fine degli anni Settanta del Novecento, il presidente Anwar el Sadat ha aperto lo spazio pubblico agli islamisti e milioni di egiziani sono emigrati verso i paesi del Golfo, verso società uniformi che non conoscevano il pluralismo religioso e non lo accettavano. E’ stato l’inizio della propaganda d’odio contro i cristiani in generale e quelli egiziani in particolare”. Le conseguenze sono visibili oggi, con “il cristianesimo” che “rischia di non essere più presente nella terra in cui è nata la fede di Cristo”, osservava poco meno d’un anno fa il cardinale Jean-Louis Tauran, diplomatico e attuale presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso: “Nel 1910, il venti per cento della popolazione mediorientale era cristiana; ora è meno del quattro. Evidentemente, c’è un piano d’azione per cancellare il cristianesimo dal medio oriente e questo può chiamarsi o quantomeno richiamare il genocidio”.
"Il nostro è un messaggio che va contro il pensiero dominante. L'uomo non è più in grado di accettarlo", osserva mons. Cavina
Di sicuro lo chiamano così in Nigeria, enorme paese africano dove la persecuzione va avanti da anni. Cambiano i governi, gli organismi internazionali assicurano che faranno di tutto per stroncare Boko Haram, i minuti di raccoglimento si ripetono con cadenza regolare. Ma i morti continuano ad accumularsi: bombe, umane o piazzate in qualche auto. Spesso i fondamentalisti usano i bambini, mandati in un mercato con una cintura esplosiva ben stretta in vita. L’anno scorso, Open Doors presentò un rapporto dettagliato, “Crushed but not defeated”. La constatazione era drammatica: “La presenza cristiana in alcune aree della Nigeria è stata virtualmente cancellata”. Boko Haram c’entra, ma non è l’unico gruppo a colpire i cristiani: “Anche allevatori musulmani Hausa-Fulani e l’élite musulmana politica e religiosa del nord sono attori principali della violenza che mira a colpire la minoranza cristiana”. Non a caso, Philip Jenkins, tra i massimi esperti di cristianesimo a livello mondiale, ripete da anni che “in Nigeria si gioca l’equilibrio fra islam e cristianesimo”. Il vescovo cattolico di Nomadi, Hyacinth Egbebo, era ancora più drastico: “Se cade la Nigeria, tutta l’Africa sarà a rischio”. E si parla del continente dove il cristianesimo è in costante e forte crescita, come dimostrano le statistiche e, da ultimo, l’Annuario pontificio. “Entrano casa per casa e uccidono chi trovano”, diceva mons. Oliver Dashe Doeme, vescovo di Maiduguri, che a domanda su quale fosse l’unica arma a disposizione dei cristiani per resistere e combattere i presecutori aveva risposto: “Il Rosario”.
L'odio islamista per i cristiani che l'occidente non vede, Il fatto è che dal Pakistan (con le periodiche stragi in luoghi di culto e perfino in un parco pubblico, come l’anno scorso a Lahore, nel giorno di Pasqua) al vicino e medio oriente, dall’Asia orientale all’Africa più profonda, i cristiani sono le vittime designate, l’agnello da sacrificare sull’altare dell’ideologia fondamentalista. Vittime perché senza patria, enclave sociale, storica e religiosa che secoli di crociate e calate barbariche hanno comunque fatto sopravvivere. Ora, con “la terza guerra mondiale a pezzi”, il destino pare segnato. Come quello dei copti in Egitto. Alla fine, conta quel che misero per iscritto i patriarchi cattolici d’oriente, che si riunirono in Libano nel settembre di ormai quattro anni fa: “Se il mondo perde il Vangelo, conoscerà una situazione di distruzione, come quella che noi viviamo oggi”.

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"I cristiani sono le prime vittime della mancanza di libertà religiosa nel mondo" Parole forti e chiare in Vaticano: "Crescita inquietante di forme di intolleranza e di episodi di discriminazione” di Matteo Matzuzzi, 4 Aprile 2017 "I cristiani sono le prime vittime della mancanza di libertà religiosa nel mondo"
Mons. Paul Gallagher
Roma. Giovedì scorso, all’Università cattolica di Milano, il segretario per i Rapporti con gli stati della Santa Sede, mons. Paul Gallagher, ha tenuto la prolusione in apertura del convegno internazionale sulla libertà religiosa nell’attuale contesto globale. Gallagher è partito da lontano, dall’azione messa in campo da Pio XI – il cui pontificato è definito “un passaggio fondamentale” del Novecento – e dai suoi successori, da Papa Pacelli fino a Benedetto XVI e Francesco, passando per Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II. Sarà proprio il Pontefice polacco a “sviluppare e promuovere” la libertà religiosa, “soprattutto in chiave antitotalitaria, al fine di garantire la piena libertà alle chiese locali. Il diritto alla libertà religiosa – ha sottolineato mons. Gallagher – diverrà uno degli assi portanti della diplomazia della Santa Sede”. Nella visione di san Giovani Paolo II, “la libertà religiosa è la condizione irrinunciabile perché la chiesa possa svolgere la sua missione a beneficio dell’intera umanità”.
Un excursus storico utile a ribadire “una visione dei diritti in chiave universalistica, contro ogni forma di riduzionismo al contesto culturale e temporale”. Ma il discorso del numero tre della Segreteria di stato focalizza l’attenzione sulla situazione odierna, tutt’altro che rosea: “Nell’ultimo periodo, su scala mondiale, senza eccezione per il continente europeo, si è testimoni di come il rispetto per la libertà religiosa viene sovente compromesso, con un preoccupante peggioramento delle condizioni di tale libertà fondamentale, che in diversi casi ha raggiunto il grado di una persecuzione aperta, in cui sempre più spesso i cristiani sono le prime vittime, benché non le sole”, ha sottolineato il presule. E se è vero che “fattori determinanti di queste situazioni allarmanti sono certamente riconducibili al permanere di stati autoritari e non democratici”, è altrettanto vero – e chiarissimo, nell’analisi della Santa Sede – che “in molti paesi di antica tradizione democratica la dimensione religiosa tende a essere vista con un certo sospetto, sia a causa delle problematiche inerenti al contesto multiculturale sia per l’affermarsi ideologico di una visione secolarista, secondo cui le religioni rappresenterebbero una forma di ‘sottocultura’, portatrici di un passato da superare”. Mons. Gallagher ci tiene a ricordare che “è un merito storico e sofferto del cristianesimo avere contribuito a creare, nella separazione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, la possibilità di sviluppo di uno stato laico, inteso non come uno stato totalmente avulso dalla religione, o peggio ancora come uno stato agnostico, ma come uno stato che, consapevole del valore del riferimento religioso per i suoi cittadini, garantisce a ciascuno il diritto di vivere secondo la propria coscienza la dimensione religiosa”. E ciò “deve avvenire sul piano individuale e su quello comunitario, pur avendo uguale rispetto per quanti non si riconoscono in alcun riferimento trascendente”.
A pochi giorni dalle celebrazioni per il sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma nella cornice storica del Campidoglio (con tanto di udienza papale in Vaticano), la situazione è ben diversa da allora, epoca in cui Robert Schuman – non a caso a più riprese lodato da Francesco insieme a Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, la triade che insieme a Jean Monnet pose le basi per l’Europa unita – poteva dire che “l’Europa sarà cristiana o non sarà”. “Purtroppo, anche in Europa – ha osservato mons. Gallagher – si nota una crescita inquietante di forme di intolleranza e di episodi di discriminazione nei confronti dei cristiani”. I numeri, dopotutto, sono chiari, dal momento che solo nel biennio 2014-2015 l’Osservatorio per l’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa ha ricevuto circa 1.700 segnalazioni di casi di intolleranza e di discriminazione contro i cristiani nel vecchio continente. “Nell’attuale contesto, appare perciò intrinsecamente contraddittorio chiedere la libertà per tutti e, in nome di quella stessa libertà, negarla ad alcuni gruppi, specialmente a quelli religiosi. Deve, dunque, essere un dovere delle istituzioni contrastare ogni forma di discriminazione basata sull’orientamento religioso e, in prospettiva positiva, promuovere e proteggere la libertà religiosa allo stesso modo e con tutti gli strumenti impiegati per la difesa di ogni altro diritto fondamentale”.


le attività commerciali di Domenica devono essere chiuse! Lo scontificio di Serravalle Scrivia e la morte del cristianesimo italiano, Il clero ha delegato la difesa della sua festa più solenne ai sindacati, alla segretaria della Cisl di Camillo Langone, 4 Aprile 2017 PREGHIERA
Lo scontificio di Serravalle Scrivia e la morte del cristianesimo italiano. “In Iraq il cristianesimo è morto”, ha affermato un ecclesiastico prima di abbandonare Baghdad. Non si pensi che in Italia sia vivo. La vicenda dello scontificio di Serravalle Scrivia è la riprova che il cristianesimo italiano “iam fetet”. Il vescovo del luogo, oggi pure lui passato a miglior vita, benedisse la struttura dicendo: “Qui tutto costa meno. Ed è giusto così”. Al solito prete ignaro del Vangelo, gli sarebbe bastato leggere la parabola del buon samaritano per scoprire che non esistono cure gratis, pasti gratis, sconti gratis. Era inevitabile che lo scontificio, perpetuamente affollato da masse “alla ricerca di un’esperienza shopping indimenticabile”, gli sconti li facesse pagare a Gesù Cristo: dapprima aprendo nelle domeniche normali e oggi minacciando di aprire nella domenica delle domeniche, a Pasqua.
Il parroco del luogo minimizza siccome il terzo comandamento non viene rispettato da tanto tempo e allora tanto vale. Insomma il clero ha delegato la difesa della sua festa più solenne ai sindacati, alla segretaria della Cisl che, intervistata da Avvenire, si è detta intenzionata a difendere Pasqua e Primo Maggio insieme (tanto per ricordarci che il cristianesimo è morto ma il cattocomunismo respira ancora). Io credo nella risurrezione della carne, figuriamoci se non credo nella possibilità della risurrezione del cristianesimo italiano: che però intanto giace a terra, esanime, fra la vetrina di Dolce & Gabbana e quella di Michael Kors.

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il laicismo pornocratico GENDER ] L'Inghilterra cancella la Pasqua. Dalle uova. La tradizionale caccia alle uova nei parchi è diventata un buon modo per fare soldi spacciato per metodo di inclusione religiosa di Antonio Gurrado, 5 Aprile 2017 BANDIERA BIANCA. L'Inghilterra cancella la Pasqua. Dalle uova. Dai, veramente ci stiamo scandalizzando per le uova senza Pasqua? Veramente siamo stati colti di sorpresa? I giornali raccontano che in Inghilterra il National Trust, l'ente che protegge e valorizza luoghi di interesse storico o naturale, quest'anno ha deciso di organizzare la tradizionale caccia alle uova nei parchi senza specificare trattarsi di uova di Pasqua ma limitandosi a un più vago “caccia britannica alle uova”. Veramente non ce l'aspettavamo? Da anni in Inghilterra è diventato pressoché impossibile trovare un biglietto che non riduca Pasqua a coniglietti o addirittura a cuoricini adespoti, quando non ne censura il nome porgendo generici “season's greetings”, “auguri di stagione”. Veramente ci sembra strano?
La caccia alle uova è sponsorizzata da Cadbury, grande produttore di cioccolato fondato due secoli fa da un cristiano praticante ma ora gestito da gente lesta a dichiarare che togliere la Pasqua dalle uova è un modo per coinvolgere persone di tutte le fedi e di nessuna. Tradotto, è un modo di avere più clienti. E noi veramente restiamo a bocca aperta? In verità per saperlo non c'era bisogno di leggere i giornali, bastava leggere i Vangeli: “Non potete servire Dio e Mammona”.

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dal laicismo pornocratico GENDER ] “Via la Pasquetta, entri il Ramadan”, La gauche in Francia propone di scristianizzare e islamizzare il calendario
Giulio Meotti, meotti@ilfoglio.it 24 Febbraio 2017 “Via la Pasquetta, entri il Ramadan”
Roma. Due anni fa furono le comunità islamiche a proporre la conversione delle chiese in moschee. Il rettore della grande moschea di Parigi, Dalil Boubaker, nella sua “Lettera aperta ai francesi” propose di ricorrere alle chiese vuote per ospitare i musulmani: “E’ un problema delicato, ma perché no?”, disse Boubaker. Adesso la sinistra al governo sembra averli presi sul serio. Un rapporto uscito ieri per la fondazione Terra Nova, principale pensatoio che fornisce le idee al Partito socialista, afferma che per meglio integrare l’islam si dovrebbero sostituire i lunedì di Pasqua e Pentecoste con le feste islamiche. E per essere ecumenici hanno inserito anche una festa ebraica. Scritto da Alain Christnacht e Marc-Olivier Padis, lo studio intitolato “L’emancipazione dell’islam di Francia” afferma che “affinché tutte le denominazioni siano trattate allo stesso modo, si dovrebbero includere due nuove date importanti, Yom Kippur e Eid el Kebir, con la rimozione di due lunedì che non corrispondono a particolari solennità”.
Via dunque Pasquetta e Pentecoste per far posto a quella che segna la fine del Ramadan. La proposta è respinta dalla Conferenza episcopale di Francia, ma è fatta propria dalla Unione delle organizzazioni islamiche francesi, vicina ai Fratelli musulmani, che vorrebbe includere nel calendario le feste islamiche di Fitr ed Eid. L’idea di sostituire le feste cristiane è sposata dall’Osservatorio della laicità, l’organo voluto dal presidente François Hollande per coordinare le politiche secolariste, che ha proposto di eliminare le feste cristiane per far posto a quelle islamiche, ebraiche e laiche. L’idea è arrivata da Dounia Bouzar, membro del direttivo dell’Osservatorio: “La Francia deve sostituire due feste cristiane per far posto al Kippur e all’Eid”. D’accordo con la proposta il presidente dell’Osservatorio, Jean-Louis Bianco. E ora arriva la raccomandazione di Terra Nova. Ma i socialisti francesi sembrano più islamofili dei musulmani, se pensiamo che Abdallah Zekri, presidente dell’Osservatorio sull’islamofobia, ha detto: “Aggiungiamo due feste, anziché eliminarle. Non si dica che vogliono spogliare Pietro per vestire Maometto”. Simile la proposta arrivata da un altro pensatoio, stavolta liberale, l’Istituto Montaigne che consiglia il candidato Emmanuel Macron. Nel rapporto scritto da Hakim El Karoui, l’istituto propone la creazione di un “Grande Imam di Francia”. Ma l’equivalenza morale non funziona nella laicità francese. Così Hollande, in occasione della Pasqua, si “dimentica” di rivolgere gli auguri ai cristiani, salvo che pochi mesi prima aveva rivolto i migliori auguri ai musulmani per il Ramadan. L’Istituto Montaigne ha anche suggerito di insegnare l’arabo nelle scuole. Lo ha appena chiesto anche Jack Lang, goscista e presidente dell’Istituto del mondo arabo: “Il mondo arabo è parte di noi”. A forza di ibridare culture, la Francia finirà per insegnare non anche l’arabo, ma solo l’arabo, e a officiare il Ramadan anziché la Pasqua. Quanto agli ebrei francesi, sono in tanti oggi a voler togliere loro la kippà.

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Assale una soldatessa all'aeroporto di Orly. Ucciso un uomo, Torna la paura in Francia. L'assalitore, musulmano con nazionalità francese, ha cercato di rubare la pistola del militare ed è stato freddato. Un attacco che ci ricorda che non c'è modo di alleggerire lo stato d'emergenza, di Redazione
The new normal è anche questo, in Europa. Tremila evacuati all'aeroporto di Orly, a sud di Parigi, uno scalo da quasi trenta milioni di passeggeri all'anno che improvvisamente si ritrova, nel caos di un sabato mattina, ad affrontare l'incubo del terrorismo. Questa mattina alle sette a Stains, a nord di Parigi, vicino Saint-Denis, un uomo di trentanove anni ha sparato contro un agente che lo aveva fermato per un regolare controllo della polizia, ferendolo. L'uomo è poi riuscito a scappare e ha guidato verso l'aeroporto di Orly, ha lasciato la sua automobile, è entrato, ha buttato a terra una soldatessa e ha cercato di prendere la pistola in dotazione alla militare che fa parte dell'operazione Sentinelle. Altri due soldati che erano sul posto hanno aperto il fuoco contro l'uomo, uccidendolo (foto sotto). Secondo le ricostruzioni non ci sono stati altri feriti. Il ministro dell'Interno francese Bruno Le Roux, che già parlato in una conferenza stampa, ha detto che le operazioni a Orly sono concluse, non sono stati trovati esplosivi, e lo scalo seguendo le procedure d'emergenza è stato in parte riaperto per consentire gli arrivi (per le partenze occorrerà aspettare ancora). Non sono chiari i motivi che hanno spinto l'uomo ad attaccare l'aeroporto, ma l'unità antiterrorismo francese ha già aperto un indagine.
Il fratello e il padre dell'attentatore sono sotto custodia della polizia. L'uomo, musulmano con nazionalità francese ma di cui non si conoscono ancora le generalità (anche se per Le Parisien si chiamerebbe Ziyed B. ndr), era conosciuto ai servizi segreti francesi, ma non aveva la "schedatura S", quella assegnata agli individui considerati pericolosi per la collettività. Ha almeno nove precedenti penali per furto aggravato e traffico di stupefacenti. Secondo quanto riportato dal Figaro, c'è stato un momento in cui l'uomo era sotto la stretta sorveglianza delle Forze dell'ordine, perché in carcere sembrava si stesse radicalizzando. Poi però la sorveglianza si è interrotta. Soltanto ieri sempre a Parigi un uomo ha ucciso, tagliandogli la gola, il padre e il fratello. Lo ha fatto in mezzo alla strada, in rue de Montreuil, secondo molte fonti gridando frasi legate all'islam. È probabile che l'assassino di ieri avesse dei problemi psichici, ma è inevitabile pensare quanto la tensione in Francia, e la paura dei francesi, sia connessa alla comunità islamica.
L'attacco di questa mattina a Orly non ha fatto altri feriti, a parte il poliziotto e l'attentatore. Ma ci dice questo: che il new normal è la militarizzazione costante e vigile, e che non c'è modo di alleggerire lo stato d'emergenza, non nel breve termine.

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ISLAM “Come il nazismo e lo stalinismo” “Gli scrittori abbiano il coraggio di parlare di islam”. Intervista a Sansal. ISLAM “Come il nazismo e lo stalinismo” L'autore di 2084, massimo scrittore algerino vivente, si interroga sull'atteggiamento dei colleghi: “Perché tacciono? Troppo famosi e ricchi da compromettersi la reputazione”di Giulio Meotti
9 Marzo 2017 Roma. “La letteratura e le arti non stanno svolgendo un ruolo di primo piano nella lotta contro la barbarie”. Quando due giorni fa Boualem Sansal, massimo scrittore algerino vivente, in un’intervista alla France Presse ha attaccato il ceto letterario cui appartiene, reo ai suoi occhi di tacere sull’islam, di parlare sempre d’altro, non aveva letto l’inserto culturale di Repubblica. R2 ha appena lanciato il nuovo romanzo di Pieter Aspe. “Giallista belga da due milioni di copie”, Aspe torna con il commissario Van In, “di fronte a dei terroristi che si immolano facendo scoppiare discoteche piene di ragazzi, sgozzano pedofili, sequestrano e uccidono laici brutalmente. Non sono islamici però, ma cattolici fondamentalisti”. Sensazionale. Sansal, “l’Orwell algerino”, l’autore del romanzo “2084” (Gallimard) e in precedenza di “Le serment des barbares”, invita gli scrittori, gli artisti, gli intellettuali a mobilitarsi contro il pericolo islamista. “Il fondamentalismo islamico è una novità nel campo europeo e già contamina e corrompe i suoi valori, dimostrando come sia estremamente pericoloso”, dice Sansal al Foglio. “Spetta agli intellettuali e agli scrittori smontarne i meccanismi e spiegarli alla gente”. Ma i letterati tacciono. “Solo una piccola minoranza è impegnata. La paura, le minacce scoraggiano gli altri a mobilitarsi e ad aggiungere la loro voce. E’ un peccato. Gli scrittori dovrebbero, con la loro mobilitazione, incoraggiare le persone a resistere contro i predicatori, sostenendo i paesi di origine contro questo fondamentalismo. Vi è una certa urgenza, perché l’Europa è in una posizione di debolezza e di disgregazione, e questo incoraggia i fondamentalisti islamici a raddoppiare i loro sforzi e l’aggressività per tirarla giù completamente. La stampa deve porre le domande, invece è indifferente o complice”.
Ma dove sono i romanzi? Dove sono i Le Carré e i Ludlum, i Fleming e i Clancy, i Forsyth? Il numero di quelli che trattano del terrorismo islamico è così basso che non se ne ricorda nemmeno uno. Prendiamo John Le Carré, il maestro delle spy story, l’autore della “Spia che venne dal freddo” e altri bestseller. L’islam radicale non figura mai nei suoi libri, Le Carré preferisce facili nemesi come le case farmaceutiche (“The Constant Gardener”), le multinazionali, i big del petrolio, Israele, i servizi segreti occidentali, Bush e Blair. Nick Cohen, giornalista liberal, sul mensile Standpoint ha accusato Le Carré di “affettazione più deplorevole degli intellettuali occidentali”, ovvero “la convinzione che l’occidente è l’unico nemico che valga la pena di combattere”. In questo Le Carré è stato maestro di “centinaia, probabilmente migliaia, di scrittori che hanno preso la strada di Le Carré e descritto i mali dell’occidente e la cricca della Cia. Non riesco a sfuggire alla sensazione che essi sono codardi”.
“Quando i Clancy, i Forsyth pubblicarono i loro bestseller, l’America e il Regno Unito erano gli amici e i difensori dell’islam, dell’Arabia Saudita, del Qatar”, continua lo scrittore algerino Boualem Sansal al Foglio. “Oggi sono troppo famosi e troppo ricchi da voler compromettere la loro reputazione e immagino che abbiano paura di ricevere la fatwa di morte come Salman Rushdie, o che i loro editori li abbiano sconsigliati dall’affrontare questo argomento troppo controverso”. Intanto, avverte Sansal, è l’islamismo a prendere sul serio le idee. Lo aveva capito Tahar Djaout, ucciso nel maggio del 1993 dagli islamisti ad Algeri. Il romanzo che aveva appena finito di scrivere poco prima della morte, “L’ultima estate della ragione”, parla di un libraio, Boualem Yekker, in una città dominata da fondamentalisti islamici la cui smania per il potere è pari alla loro paura e all’odio per la creatività e la bellezza. I libri forniscono a Boualem un’àncora di salvezza, almeno per un po’. I fondamentalisti islamici vedevano negli scrittori come Djaout, e oggi in Sansal, i messaggeri dell’occidente e della cultura secolare. Per questo uccisero Laadi Flici, scrittore e medico; Abdelkader Alloula, commediografo e ammiratore di Goldoni, o Youcef Sebti, il poeta surrealista.
“Come il nazismo e lo stalinismo” A gennaio, parlando alla Fondazione Varenne, Sansal ha scioccato il pubblico presente: “La Francia è già sulla strada dell’islamizzazione da parte di un islam importato, arcaico, brutale, settario, infernale e opportunista”. “Il sistema islamico, come tutti i sistemi totalitari, afferra l’individuo come si fa in un computer, ne cancella la memoria per fargli il lavaggio del cervello e poi ci iscrive un nuovo software che controlla tutte le funzioni come se ne fosse il direttore spirituale”, conclude Sansal nell’intervista al Foglio. “L’esperienza dimostra che è anche molto veloce: si è visto come giovani normali in poche settimane, mesi, si staccano dalle loro comunità, dalle loro famiglie, dai loro amici, per immergersi in un mondo nuovo radicalizzato, diventando un jihadista, un attentatore suicida. Gli intellettuali hanno una grande responsabilità in questa evoluzione, non hanno capito l’ascesa dell’islam radicale e, quando finalmente lo hanno capito, non hanno avuto il coraggio di combatterlo. Hanno fallito nella loro responsabilità storica intellettuale. Essi dovrebbero recuperare oggi, mobilitarsi per agire energicamente. Dovrebbero creare sinergie con gli intellettuali di tutti i paesi, perché l’islam radicale è globale. Nella sua guerra totale contro il mondo moderno, l’islam radicale ha dovuto adattare i suoi metodi all’ambiente, ha approfondito tutti i sistemi totalitari che sono esistiti nel XX secolo: lo stalinismo, il fascismo, il nazismo. L’islam radicale riduce a zero la capacità degli uomini di pensare, di decidere, di inventare. E li uccide nella loro responsabilità, nella loro famiglia, nella loro cultura, ne fa dei meri esecutori”.


L’esodo dal Sinai dei copti egiziani braccati dalle milizie jihadiste. L'Egitto ammette: "Il novanta per cento delle fatwa riguardanti i cristiani esclude ogni forma di dialogo", L'invito al Papa è un grande gesto di coraggio di al-Azhar, dice il professor Michele Brignone, segretario scientifico della Fondazione Oasis, Matteo Matzuzzi,
Roma. “L’incontro tra il Papa e il Grande imam di al Azhar sarà importante perché avverrà al Cairo, e questo implica una chiara e forte presa di posizione di Ahmed al Tayyeb rispetto al Pontefice e, più in generale, al mondo cristiano”, dice al Foglio Michele Brignone, segretario scientifico della Fondazione internazionale Oasis e docente di Lingua araba all’Università cattolica di Milano. A ogni modo, aggiunge, l’invito è “un gesto di coraggio, che porterà con sé inevitabili critiche”. Di tutti gli appuntamenti che costelleranno il programma della due giorni (28 e 29 aprile) di Francesco nella capitale egiziana – programma non ancora reso noto nei dettagli – l’incontro con la massima autorità teologica sunnita è tra i più attesi, anche se è bene “evitare certe esagerazioni. L’esodo dal Sinai dei copti egiziani braccati dalle milizie jihadiste
Sono centinaia i copti egiziani che in queste ultime settimane stanno abbandonando la penisola del Sinai. La caccia ai cristiani e la guerra non solo ideologica
L’anno scorso, quando al Tayyeb venne a Roma per incontrare il Papa, si disse che egli rappresentava un miliardo e mezzo di musulmani. Questo non è vero. Al Azhar ha certamente un suo seguito, ma non rappresenta tutti”, precisa Brignone, che considera sanate anche le ferite che per anni hanno reso impraticabile ogni tipo di relazione ad alto livello tra la Santa Sede e il grande centro universitario cairota. Era il gennaio del 2011, e Benedetto XVI, all’Angelus, prese posizione contro gli attentati alle chiese copte di Alessandria, scatenando la reazione del Grande imam, che parlò di interferenze da parte della chiesa di Roma negli affari interni dell’Egitto. Il lavoro di ricucitura è stato lento e complesso (un ruolo di primo piano l’ha avuto il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso), anche perché “al Azhar pretendeva passi concreti del Papa in tal senso”. Una mediazione che è culminata nell’udienza dello scorso maggio, trenta minuti di confronto cordiale “favorito anche dalla mutata situazione internazionale, che ha giocoforza costretto le parti a venirsi incontro”.
Proprio in questi giorni, la Casa della fatwa (Dar al Ifta al Misryah), organismo presieduto dal Gran Mufti d’Egitto incaricato tra le altre cose di risolvere le controversie circa l’applicazione dei precetti coranici, ha pubblicato i risultati di un ampio studio su più di cinquemila fatwa riguardanti i cristiani riprese da articoli, siti internet e social network controllati da gruppi islamisti. A darne conto è stata l’agenzia Fides. Dal monitoraggio è emerso che “almeno il novanta per cento” delle fatwa prese in esame punta a sabotare ogni possibile contatto tra musulmani e cristiani. Il cinquantaquattro per cento del campione riguarda pronunciamenti che vietano di fare gli auguri ai cristiani in occasione delle loro festività religiose. Il trentacinque per cento ha a che fare con i permessi di costruire chiese cristiane in territori popolati da maggioranze islamiche, mentre l’undici per cento è rappresentato dalle fatwa riguardanti la liceità di vendere case e beni immobili ai cristiani e di intrattenere con loro rapporti economici. Solo il dieci per cento dei pronunciamenti esaminati consente, Corano alla mano, di considerare il cristianesimo in un’ottica non di chiusura o contrapposizione.
“Nulla di nuovo”, chiarisce il professor Brignone: “C’è una proliferazione di fatwa anticristiane. L’ex mufti dell’Arabia Saudita Abdul Aziz bin Abdullah bin Baz, morto nel 1999 e influentissimo, sosteneva il divieto di porgere gli auguri ai cristiani in occasione delle loro festività. Il problema è più ampio e ha a che fare con l’autorità nell’islam, e cioè si tratta di capire chi nell’islam può pronunciarsi su questioni di diritto. Al Azhar da tempo è molto impegnato nel criticare questa miriade di fatwa”, come del resto dimostra anche la messa al bando in Egitto del materiale propagandistico islamista che diffuso nella breve stagione di Mohammed Morsi e dei Fratelli musulmani alla guida del paese. Un’opera certosina ma complicata da attuare, “se si considera che nell’islam moderno i poteri istituzionali hanno perso autorità a favore di altri soggetti, sia a causa dell’emergere del cosiddetto islam modernista sia dell’islam politico, sia dei movimenti salafiti che considerano come giusta solamente l’interpretazione letterale del testo”, dice il segretario scientifico di Oasis: “Senza contare, poi, che queste istituzioni sono considerate troppo compromesse con chi detiene il potere”.

Lo sconcerto dei vescovi siriani per il raid americano su Idlib: “Perché?” Le gerarchie cristiane siriane contestano la legittimità del bombardamento americano. La prudenza vaticana e il ruolo della Russia, di Matteo Matzuzzi. I più attivi nel condannare il raid americano sulla Siria sono i vescovi locali, preoccupati che l’eventuale caduta di Bashar el Assad comporti l’automatica cessazione della protezione di cui le comunità cristiane hanno goduto fino a ora, esponendole all’avanzata del fronte sunnita e a tutto quel che potrebbe conseguirne. “Due giorni fa, il presidente Donald Trump aveva detto che Assad fa parte della soluzione del problema siriano. Adesso fa dichiarazioni per dire il contrario. Ci sono interessi delle forze regionali implicate nella guerra. Conviene sempre tenere conto di questo, soprattutto quando certe cose si ripetono con dinamiche molto simili, e innescano le stesse reazioni e gli stessi effetti già sperimentati in passato”, ha detto ad esempio mons. Antoine Audo, vescovo caldeo di Aleppo e presidente di Caritas Siria, all’agenzia Fides. Sempre alla stessa agenzia, il vescovo francescano Georges Abou Khazen, vicario di Aleppo, ha detto che a sconcertare, “davanti all’attacco militare americano è la rapidità con cui è stato deciso e realizzato, senza che prima fossero state condotte indagini adeguate sulla tragica vicenda della strage con le armi chimiche avvenuta nella provincia di Idlib”. Gli fa eco mons. Clement Jeanbart, che della medesima città è arcivescovo greco-melkita: “Perché agire così velocemente? Senza consultare nessuno? Forse Trump non voleva che la Russia ponesse un veto alla sua azione? Così facendo ha aggiunto morti ad altri morti, sei soldati siriani e nove civili del villaggio vicino la base militare colpita dagli Stati Uniti hanno perso la vita”. “Se prima era buio, ora il futuro è ancora peggio. Non sappiamo cosa altro potrà accadere”.
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L’elemento russo gioca un ruolo non indifferente in questa partita, dal momento che l’arrivo in territorio siriano delle truppe del Cremlino è stato considerato dalle gerarchie cristiane (non solo ortodosse) come la garanzia che il loro status sarebbe stato preservato e il regime alawita avrebbe goduto della protezione diretta di Mosca. Il raid di giovedì cambia le carte in tavola, benché solo mercoledì nell’udienza generale il Papa si fosse detto “inorridito per l’attacco chimico in Siria” e avesse esortato gli attori internazionali a non chiudere gli occhi dinanzi alla guerra civile che da anni sta martoriando il paese del vicino oriente. In Vaticano c’è preoccupazione per l’evoluzione militare. Il primo a parlare è stato il cardinale Angelo Comastri, secondo cui “oggi purtroppo l’Onu non esiste più, è sconfitto il dialogo e non siamo più capaci di parlare. Le guerre si decidono a tavolino e chi decide di compierle non le soffre. Le guerre le soffrono i poveri, i piccoli, gli indifesi. Ecco perché la guerra non possiamo mai accettarla”.
Il biasimo della Santa Sede si concentra soprattutto sul mancato interessamento della comunità internazionale e degli organismi preposti a deliberare attacchi aerei contro uno stato sovrano. E’ quella, infatti, l’unica cornice che può decidere anche dolorosi interventi che si rendessero necessari a far scattare quella “responsabilità di proteggere” popoli minacciati o perseguitati, da molti anni principio che ispira la posizione vaticana riguardo i conflitti in corso sul pianeta.



“Quel prete a Mosul mi disse: state attenti, arriveranno anche da voi in occidente”, “Neppure nella morte c’è pace per i cristiani dell’Iraq. Gli islamisti si sono accaniti anche sui loro cadaveri nei cimiteri” scrive la National Review,

“Spetta ai leader cristiani in tutto il mondo lavorare e sostenere i loro correligionari in medio oriente. Arrancando intorno alla chiesa in rovina di San Addai, nella città cristiana di Karemlash, ho visto chiaramente dove porta l’estremismo islamico”. Così Benedict Kiely, il prete cattolico che ha fondato Nasarean.org, l’organizzazione che aiuta i cristiani perseguitati in medio oriente.


“Questo è stato solo pochi giorni prima dell’attacco a Westminster a Londra il 22 marzo. Forse il simbolo più potente in cui mi sono imbattuto a Karemlash era la croce deturpata. Ovunque, in tutte le chiese e monasteri che ho visitato, la croce è stata deturpata, rotta o trafitta con fori di proiettile. L’Isis aveva scritto con lo spray il messaggio ‘la Croce sarà rotta’ sui muri della canonica, e l’ufficio del pastore era una trappola, per ucciderlo quando fosse tornato”. Una statua di Maria con la testa mozzata, un dipinto di Cristo gettato a terra e pestato, immagini sacre usate per il tiro al bersaglio. E poi cimiteri profanati, tombe e lapidi divelte, santuari, monasteri, chiese, case e negozi messi a ferro e fuoco. È un campionario di nefandezze e di orrori quello che si sono lasciati dietro i terroristi dello Stato islamico subito dopo la loro cacciata dalla Piana di Ninive, cuore pulsante della cristianità irachena, rappresentato dai villaggi di Bartella, Batnaya, Qaramles, Qaraqosh, Telleskoff. Batnaya, fra le città cristiane della piana di Ninive, è quella che ha subito le maggiori distruzioni: il 95 per cento delle case è raso al suolo o gravemente danneggiato. Come dichiarato da monsignor Bashar Matti Warda, arcivescovo caldeo di Erbil, “il 90 per cento dei luoghi culto della Piana di Ninive è stato distrutto e saccheggiato dallo Stato islamico”. Quindici anni fa i cristiani in Iraq erano un milione e mezzo. Oggi sono 300 mila. “Mentre camminavo intorno al cimitero cristiano, era chiaro per me che i seguaci del Profeta avevano scavato le tombe cristiane” continua Kiely nel suo racconto. “In un caso, mi è stato detto, avevano decapitato uno dei cadaveri. Anche nella morte, i cristiani perseguitati dell’Iraq non sono al sicuro. Esaminando l’orrore e la città stranamente silenziosa, un silenzio scandito soltanto dal tonfo distante di esplosioni a Mosul, a nove miglia di distanza, ho chiesto a Padre Thabet, il sacerdote cattolico caldeo che serve come parroco di San Addai, se tutta questa distruzione rappresentasse il vero islam. ‘Sì’, ha risposto con forza, senza un attimo di esitazione. ‘Non le sarebbe stato permesso di dirlo in occidente’, dissi io sorridendo. Egli non ricambiò il sorriso.
Karemlash, una città di quasi diecimila persone, era stata quasi al cento per cento cristiana per secoli. La chiesa cristiana irachena, sia cattolica sia ortodossa, affonda le sue radici fino ai discepoli di Gesù. I mal istruiti occidentali immaginano che i missionari abbiano portato la fede cristiana in medio oriente solo qualche secolo fa. Durante i giorni terribili dell’agosto 2014, quando lo Stato islamico è salito su tutta la Piana di Ninive, l’antico cuore cristiano in Iraq, i cittadini di Karemlash sono fuggiti, con solo i vestiti che avevano addosso. Ora, quasi tre anni dopo, le città sono ‘liberate’, ma le case che non sono state fatte saltare vengono bruciate e sono piene di trappole esplosive.
Alla tv britannica, commentando gli eventi terribili a Westminster Bridge e al Parlamento, un esperto ha descritto l’impossibilità di capire ‘ciò che spinge un criminale britannico a commettere questi atti’. L’assassino, Khalid Masood, naturalmente non era un quacchero ma un convertito all’islam. La conversione religiosa non potrà mai essere compresa dai laicisti. La fede religiosa è per loro incomprensibile. Non è, come ci viene detto senza sosta dagli esperti, una ‘ideologia’ che deve essere ‘combattuta’. È impegno per la fede islamica, anche se una particolare forma di fede. Khalid Masood era un convertito all’islam. E’ stato introdotto a una radicale, ma autentica, versione dell’islam nell’atmosfera pericolosamente incontrollata della prigione.
Anche se i governi lo negano sempre, essi negoziano con i gruppi terroristici. E non è una novità per nessuno. Ma non vi è alcun negoziato con il fuoco di una fede che ha come principio fondamentale la necessità di convertire il mondo, con la spada se necessario. I leader musulmani moderati devono avere il coraggio di parlare contro questa singolare espressione della fede islamica.
Come ho lasciato l’Iraq, un anziano sacerdote, egli stesso un rifugiato, mi ha afferrato la mano e mi ha detto in arabo: ‘State attenti, state molto attenti. Quello che è successo qui verrà anche da voi’”.



Cosa sta succedendo in medio oriente, Dal riarmo dei curdi al muro della Turchia con il Kurdistan iracheno, piccolo riepilogo delle notizie importanti sul fronte mediorientale di Adriano Sofri 12 Maggio 2017 Speranze in arrivo dalla Mosul liberata
Vorrei ricapitolare qualcuna delle notizie rilevanti dal fronte mediorientale, dove si dice anche che le operazioni dentro Mosul ovest abbiano fatto consistenti progressi. Dunque: Trump ha confermato il programma di armamenti ai curdi siriani in vista della riconquista di Raqqa, dando un altro grosso dispiacere a Erdogan. Se la decisione non fosse arrivata subito prima del siluramento di Comey, si comincerebbe a dubitare del rischio che Trump ne azzecchi parecchie. I curdi siriani hanno per la prima volta ammesso pubblicamente, secondo il Guardian, di non considerare più un’utopia la possibilità di arrivare fino al mare Mediterraneo, dando un grossissimo dispiacere a Erdogan, e uno meno vistoso ai confratelli curdi iracheni, il cui petrolio e il cui gas sboccano nel mare Mediterraneo attraverso la Turchia. La Turchia ha annunciato di voler costruire un muro al confine con l’Iraq, cioè con il Kurdistan iracheno, per bloccare i movimenti transfrontalieri del Pkk, il partito dei lavoratori curdo che il regime turco e molti suoi tradizionali alleati dichiarano terrorista. Intanto Pdk e Puk, i due maggiori partiti curdi del Krg, il governo regionale curdo provvisoriamente iracheno, col dissenso concorrenziale dei partiti minori, dichiarano di avere ormai concordato di tenere il referendum sull’indipendenza.


Tra chiese, profughi e bombe. Viaggio a Mosul est dopo la liberazione dallo Stato islamico, di Redazione 3 Maggio 2017 Gran parte di Mosul ovest è ancora nelle mani del califfo, mentre nella parte est della città irachena, ex capitale dell'Isis, le forze dell'esercito iracheno, i peshmerga curdi e le milizie sciite hanno spazzato via i jihadisti. La vita sta lentamente tornando alla normalità, anche se sono ovunque i segni dei pesanti combattimenti: gli edifici distrutti, i cadaveri insepolti e gli ordigni inesplosi.



Quando SHARIAH TERRORISTA ISLAMISTA Jeremy Corbyn portava fiori ai terroristi di Monaco '72. Il "commovente" viaggio in Tunisia sulla tomba di uno degli assassini degli israeliani ai Giochi Olimpici di Giulio Meotti, 30 Maggio 2017 Roma. Prima ha collegato il massacro di Manchester, in cui 23 inglesi sono stati trucidati dall’islamista Salman Abedi, alle “guerre che il nostro governo ha sostenuto o combattuto”. Poi su Jeremy Corbyn, leader del Labour inglese, è caduta una tegola a dir poco imbarazzante. Nel weekend, il Sunday Times ha scoperto che, un anno dopo la sua elezione alla guida del Partito laburista, Corbyn ha deposto una corona di fiori sulla tomba di uno dei terroristi palestinesi responsabili del massacro...



Sordi al martirio, “I cattolici smettano di infingere, stanno ammazzando dei vescovi” “E’ lecito non voler identificare un fanatico con l’islam, ma non si doveva infingere”. Ad Antonio Socci, scrittore cattolico che in Italia ha avviato la discussione sui martiri cristiani, non è piaciuta la risposta della diplomazia vaticana all’uccisione del vescovo Luigi Padovese da parte di un musulmano in Turchia. “Ancora una volta, in questo pontificato, l’entourage vaticano ha fatto arrivare al Papa una mezza verità". Leggi Apologia della crociata di Giulio Meotti “E’ lecito non voler identificare un fanatico con l’islam, ma non si doveva infingere”. Ad Antonio Socci, scrittore cattolico che in Italia ha avviato la discussione sui martiri cristiani, non è piaciuta la risposta della diplomazia vaticana all’uccisione del vescovo Luigi Padovese da parte di un musulmano in Turchia. “Ancora una volta, in questo pontificato, l’entourage vaticano ha fatto arrivare al Papa una mezza verità, gli hanno fatto fare dichiarazioni imprudenti e fuori luogo. Volevano far credere che l’omicidio fosse avvenuto per motivi personali. Ma non c’era nulla di personale in quell’urlo assassino ‘Allah akbar’. Il Papa non avrebbe fatto simili affermazioni se il quadro della vicenda fosse stato chiaro. E infatti è stata un’agenzia vaticana, AsiaNews, a fare controinformazione. Inoltre è stata una brutta figura che ai funerali del vescovo non ci fossero delegati vaticani, da Cipro potevano prendere un aereo”.
Ieri in Iraq è stato ucciso un altro cattolico. “Sembrava che la Turchia fosse piena di pazzi isolati vogliosi di ammazzare cristiani, invece siamo di fronte a un dramma colossale”, prosegue Socci. “Il cardinal Ratzinger fu un grande avversario dell’ingresso della Turchia in Europa. La prudenza è sempre legittima quando si parla di islam, specie se serve a salvare le vite dei cristiani in medio oriente, ma di fronte al martirio non si possono voltare le spalle”.
Secondo Socci, che sul tema nel 2002 scrisse “I nuovi perseguitati”, “il mondo ecclesiastico è diventato sordo al tema del martirio cristiano. I cristiani sono un gruppo duramente perseguitato nel Novecento, un secolo che si è iniziato con lo sterminio dei cristiani armeni da parte turca e che è confluito nella strage dei cristiani in Darfur. Ma il martirio è come sfuggito allo sguardo che i cristiani hanno gettato su di sé. Il sangue dei cristiani è gratis in medio oriente e chi avrebbe dovuto alzarsi in loro difesa non lo ha fatto, dai paesi occidentali alla stessa chiesa cattolica. In Libano c’era uno stato libero di cristiani e siamo finiti con Hezbollah. E la cosa è passata in cavalleria. Tutti noi ci commuoviamo per i tibetani, ma per i cristiani ormai lo sdegno e lo spirito di protezione non scatta mai. I cattolici sono i primi a dover fare autocritica”.
Secondo Massimo Introvigne, studioso di religione e commentatore per il giornale dei vescovi Avvenire, “la chiesa non vuole interrompere il dialogo con il governo turco Erdogan su cui ha un giudizio meno negativo di quanto si legga in certa stampa occidentale. Era la linea del viaggio del Papa in Turchia. Questi assassini non sono degli squilibrati, esiste invece un fondamentalismo ambientale, come si usa dire in Italia per la mafia, un islamismo violento che il governo Erdogan tollera o lusinga. E’ terrificante il destino dei cristiani in questa situazione. Ma la Santa Sede ha scelto di ottenere un po’ di sicurezza in più per i suoi attraverso la linea del dialogo che intende portare avanti”.
Alberto Rosselli studia da molti anni la Turchia, alla luce del genocidio armeno e della persecuzione cristiana a cui ha dedicato alcuni saggi. “Ufficialmente il governo turco prende le distanze su questa luce sinistra anticristiana, ma di fatto non fa nulla per impedire il clima omicida che si è creato. Chi professa una religione non musulmana in Turchia oggi corre dei rischi oggettivi. I cristiani sono vittime di una congiuntura storica inedita in Turchia, ovvero la fusione tra movimenti nazionalisti di tipo panturco, che sono sempre stati laici, e l’ideologia islamica che ha preso il potere soprattutto tra le masse turche. La chiesa deve capire che non c’è possibilità di sincretismo religioso in questo quadro, sarebbe un accordo suicida. Ho conosciuto il vescovo Padovese, era un uomo solo, mite, dialogante, ma l’hanno accoppato lo stesso”.

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Il fronte interno, Parla Abdel-Samad. “Il ‘fascismo islamico’ all’assalto della cultura occidentale. Stiamo perdendo”di Giulio Meotti
24 Maggio 2017 Il fronte internO Abdel-Samad (foto via Flickr)Roma. Alcuni giorni fa, le autorità turche hanno raso al suolo il night club Reina di Istanbul, teatro della strage di Capodanno rivendicata dall’Isis, in cui furono uccise 39 persone. “Violazione della normativa edilizia”. Questa la motivazione. Quasi che le autorità neoislamiche della Turchia non aspettassero altro per liberarsi di quella sentina del vizio. Dall’11 settembre, i terroristi islamici hanno colpito una dopo l’altra le sale da ballo. Il Bataclan di Parigi, il Pulse di Orlando, le discoteche di Bali,...


Dal Belgio alla Svezia, quei paesi europei all'Onu "venduti" ai regimi islamici. Votano contro Israele e per i sauditi sui diritti delle donne. Non c’è nulla che i petrodollari non possano comprare: neppure la famosa politica estera svedese all’insegna del “femminismo”, della tolleranza e dei diritti umani di Giulio Meotti
5 Maggio 2017 Roma. Cosa hanno in comune dittature come Iran, Cina, Qatar, Sudan e una democrazia fra le più avanzate del mondo, la Svezia? Un voto all’Unesco che, lunedì, ha cancellato le radici ebraiche (e cristiane) di Gerusalemme, accusando Israele di essere “potenza occupante” nella sua stessa capitale e città santa (“fake history”, l’ha definita il governo di Benjamin Netanyahu). Stoccolma, infatti, è stato l’unico paese europeo a votare la risoluzione dell’agenzia Onu per la cultura e la scienza assieme ai regimi...


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L’Onu convoca 400 ong a Riad tra lusso e silenzio sui dissidenti frustati, Il forum in Arabia Saudita rende chiaro livello di penetrazione dei regimi islamici nei consigli e nelle commissioni dei diritti umani dell’Onu. Dura la condanna delle ong più coraggiose e non asservite di Giulio Meotti
12 Maggio 2017 guido.valota
L'omertà sul disprezzo islamico per i diritti umani, sui prigionieri politici, sul bavaglio all'informazione, sulla condizione femminile è per le ONG è l'ONU un prezzo più che equo. Negli hotel a cinque stelle si vende soprattutto il diritto a far propaganda e agire contro l'unica democrazia mediorientale. L'unico social impact che interessa agli islamici riguardo la youth è che sia il più forte possibile quando la vestono di tritolo e la mandano a farsi esplodere.
luigi.desa
12 Maggio 2017 Come già scritto ,non sarà la Jihad a conquistare l'occidente (per ora l'Europa) ma gli infiti miliardi degli emirati e l'invasione barbarica di tipo preistorico in atto verso la porta spalancata dell'Italia accogliente e buonista .
lupimor@gmail.com

lupimor 12 Maggio 2017 E' tempo di spiegare il significato attuale dell'acronimo ONU. Si deve intendere: Organizzazione Nuova Umma. ONU. Per l'Occidente si può leggere: Organizzazione Nuovi Umiliati. ONU. Anche perché. scusate, "la Nazione" è entità infame, nemica del multiculturalismo e dell'accoglienza, una sentina di egoismi borghesi. Che senso ha "Nazioni unite"? Nessuno.. iksamagreb
12 Maggio 2017 Concordo sulla logica realistica. Eppure... Ricordo Papa Woitila sull'aereo che lo portava all'ONU confidare ai giornalisti che andava per sostenere decisamente non solo i diritti umani ma - sorpresa - i sacrosanti diritti dei popoli, delle nazioni! Comunque. Noi Cristiani confidiamo in Dio che in Gesù si è fatto uomo, e che tutti gli uomini sono figli dello stesso Dio, a Sua immagine e somiglianza. Se questo è Vero, non si tema il confronto con tutti gli altri "credo" anzi, è proprio l'evidenza del confronto che dovrà convincere quale è il Dio della Verità. Non dice nulla che la Madre di Gesù e Madre di tutta l'umanità sia sempre più presente?

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Il venerdì santo dei martiri cristiani. “L’occidente sembra Pilato” Padre Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, ricorda in S. Pietro la strage degli studenti cristiani in Kenya. Alla Via Crucis al Colosseo, in serata, è stato letto il testamento del martire pakistano Shahabaz Bhatti, ministro delle minoranze assassinato nel 2011 da un gruppo di uomini armati. di Matteo Matzuzzi 4 Aprile 2015 Roma. Nel venerdì santo di silenzio e penitenza, prima di prostrarsi dinanzi al Crocifisso in San Pietro, il Papa ha espresso il suo “profondo dolore” per la strage di 147 studenti cristiani kenioti, eliminati dai fondamentalisti qaedisti somali in quanto “miscredenti”. Si tratta, ha chiosato Francesco, di “un atto brutale, una immensa e tragica perdita di vite”. Ieri sera, durante la Via Crucis al Colosseo, c’è stato tempo e modo per ricordare i martiri di oggi. Nella meditazione alla seconda stazione, il vescovo emerito di Novara, mons. Renato Corti, ha scritto che “pure in questi giorni vi sono uomini e donne che vengono imprigionati, condannati o addirittura trucidati solo perché credenti o impegnati in favore della giustizia e della pace. Essi non si vergognano della tua (di Gesù, ndr) croce. Sono per noi mirabili esempi da imitare”. E l’esempio testimoniato ieri al Colosseo è stato quello di Shahbaz Bhatti, ministro per le minoranze pakistano assassinato da un gruppo di uomini armati, quattro anni fa. La sua colpa, quella di essere cattolico. Nel suo testamento spirituale, di cui è stato letto un estratto, Bhatti osservava: “Pensai di corrispondere all’amore di Gesù donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita”. Parole che hanno rievocato un’altra Via Crucis, quella del 1998. Allora, Giovanni Paolo II affidò – non senza sorpresa – la stesura delle meditazioni alla penna del laico ortodosso Olivier Clément, recentemente ricordato anche da Bergoglio in una delle ultime udienze generali del mercoledì. E Clément, subito, guardò ai martiri contemporanei: “Sia crocifisso! Questo grido, moltiplicato dalla cieca passione della folla, strana liturgia della morte, risuona lungo la storia, risuona lungo il secolo che finisce: ceneri di Auschwitz e ghiaccio del Gulag, acqua e sangue delle risaie dell’Asia, dei laghi dell’Africa, paradisi massacrati. Tanti bambini negati, prostituiti, mutilati”. ≠Alla vigilia della strage di giovani cristiani fucilati in Kenya – alcuni decapitati, perché non ricordavano il nome della madre di Maometto – l’osservatore permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite tornava a reclamare attenzione dalla comunità internazionale. Le parole di mons. Silvano Tomasi erano ancora una volta lontane dalla tradizionale prudenza diplomatica. Parlava dell’avanzata dei miliziani jihadisti in vicino oriente e in Africa, definendo Boko Haram e Stato islamico “un cancro da fermare”.
[ **Video_box_2**]Intanto, ieri pomeriggio in San Pietro, il predicatore pontificio, Raniero Cantalamessa, puntava il dito contro i “tanti Pilato che si lavano le mani”, in occidente, dinanzi al macello che si sta perpetrando nel mondo. “Per una volta non pensiamo alle piaghe sociali, colelttive: la fame, la povertà, l’ingiustizia, lo sfruttamento dei deboli. Di esse si parla spesso – anche se mai abbastanza – ma c’è il rischio che diventino delle astrazioni. Pensiamo piuttosto alle sofferenze dei singoli, delle persone con un nome e un’identità precisi; alle torture decise a sangue freddo e inflitte volontariamente, in questo stesso momento, da esseri umani ad altri esseri umani, perfino a dei bambini”. “Quanti Ecce homo nel mondo!”, ha osservato il padre cappuccino: “Mio Dio, quanti Ecce homo! Quanti prigionieri che si trovano nelle stesse condizioni di Gesù nel pretorio di Pilato: soli, ammanettati, torturati, in balia di militari rozzi e pieni d’odio, che si abbandonano a ogni sorta di crudeltà fisica e psicologica, divertendosi a veder soffrire”. E, citando Pascal, ha aggiunto che “non bisogna dormire, non bisogna lasciarli soli”. I cristiani, ha detto ancora Cantalamessa, “non sono certamente le sole vittime della violenza omicida che c’è nel mondo, ma non si può ignorare che in molti paesi essi sono le vittime designate e più frequenti”.

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SALMAN SAUDI ARABIA IO LO SO CHE TU SEI UN DEMONIO DI BESTIA MOLTO GENEROSO! Una chiesa giovane e antichissima, I martiri e la speranza. Cristo si è fermato in Africa, Scritte a Cartagine le prime opere di teologia cristiana in latino. E sant’Agostino, nato a Tagaste, organizzò qui i primi luoghi di vita monastica. Oggi, nonostante le persecuzioni, la presenza cattolica continua a crescere. di Matteo Matzuzzi 9 Marzo 2015 I martiri e la speranza. Cristo si è fermato in Africa
“Abbiamo più di cinquantamila chiese in tutta l’Etiopia. I nostri giovani vengono regolarmente a messa”, diceva abuna Paulos, patriarca della chiesa ortodossa etiope
“Sia crocifisso! Questo grido, moltiplicato dalla cieca passione della folla – strana liturgia della morte – risuona lungo la storia, risuona lungo il secolo che fiorisce: ceneri di Auschwitz e ghiaccio del Gulag, acqua e sangue delle risaie dell’Asia, dei laghi dell’Africa, paradisi massacrati” (Olivier Clément, meditazione per la Via Crucis al Colosseo, 1998). evangelica a Jos, in Nigeria. Uomini armati che irrompono in una chiesa a Biu Town, poco più a nord, sparando a raffica sui fedeli che partecipano alla messa. Tre chiese distrutte nella regione di Zanzibar, in Tanzania, dove nell’ultimo decennio sono stati bruciati, demoliti e rasi al suolo almeno trenta edifici di culto cristiani. E, da ultimo, i ventuno copti egiziani sgozzati uno dopo l’altro sulle rive del Mediterraneo, con il pugnale del boia incappucciato che puntava dritto al di là del mare, alla Roma da conquistare umiliare e sottomettere al misericordioso dio dell’islam. L’elenco è infinito. Dal Maghreb al Sinai, dalla vecchia Tripolitania al sud del continente, la lista delle persecuzioni s’aggiorna ormai quotidianamente. I papi se ne addolorano da anni durante i messaggi Urbi et Orbi a Natale e Pasqua, i vescovi locali vengono in Europa a chiedere sostegno per fermare la strage. “La nostra terra continua a essere intrisa di sangue innocente”, disse Benedetto XVI all’Angelus del 26 dicembre 2011. Il giorno prima, una serie di attacchi coordinati aveva causato in Nigeria oltre cento morti tra quanti s’erano recati nelle chiese per la messa di Natale. Qualche giorno dopo, il Ponterice avrebbe dovuto assistere alle immagini delle chiese copte date alle fiamme ad Alessandria d’Egitto. “La lista dei santi che l’Africa dona alla chiesa, lista che è il suo più grande titolo di onore, continua ad allungarsi. La chiesa in Africa deve provvedere a redigere il suo proprio Martirologio, aggiungendo alle magnifiche figure dei primi secoli, come Cipriano, Atanasio, Agostino, i martiri e i santi degli ultimi tempi”, disse Giovanni Paolo II nell’omelia a chiusura dell’Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi del 1994. Due anni dopo avrebbe dovuto deplorare l’assassinio del vescovo di Bukavu, in Congo, mons. Christophe Munzihirwa, il cui cadavere fu abbandonato per un giorno e mezzo su una strada. Solo il giorno prima aveva lanciato alla radio un appello per la pacificazione e l’accoglienza di tutti i profughi in fuga dal Ruanda, tutsi e hutu che fossero, quasi per miracolo sopravvissuti al genocidio.




SALMAN SAUDI ARABIA IO LO SO CHE TU SEI UN DEMONIO DI BESTIA MOLTO GENEROSO! Farebbe tanto bene “ai cristiani d’Europa prendere coscienza che una parte notevole delle loro radici cristiane latine si trova nel sud del Mediterraneo”, avvertiva quasi profeticamente al principio del millennio l’allora vescovo di Algeri, Henri Teissier. Anche perché, scriveva lo storico francese Claude Lepelley, scomparso un mese fa, “il cristianesimo occidentale non è nato in Europa, ma nel sud del Mediterraneo”. Pare strano a chi pensa che tutto abbia avuto origine con san Benedetto e la sua regola; che prima di Montecassino e Cluny ci fossero solo i cristiani dati in pasto ai leoni nelle arene dai romani pagani dopo essere stati sorpresi a pregare il Dio fattosi uomo. Eppure, questa è storia. Dopotutto, le più antiche opere di teologia cristiana composte in latino provengono da Cartagine, non dall’Italia. All’epoca di Tertulliano, infatti, i cristiani della costa settentrionale dell’Africa scrivevano in greco e non in latino. Sarebbe stato proprio lui ad abbandonare la koiné di Aristotele per passare alla lingua di Virgilio, sì da raggiungere un pubblico più vasto come si fa oggi con i libercoli tascabili a prezzi scontati immessi a getto continuo sul mercato. Un’opera monumentale e complessa, tanto che Tertulliano stesso già sulla Genesi si bloccò, incerto com’era sulla traduzione di logos: non era convinto che sermo fosse termine abbastanza esaustivo. E dall’Africa attraversavano il mare anche le più antiche versioni latine della Bibbia, ben prima che Girolamo la traducesse nella forma tramandata nei secoli e giunta pressoché uguale fin quasi al Vaticano II. Il benedettino Pierre-Maurice Bogaert, cattedra a Lovanio in studi biblici, ne era convinto: “Quando si cominciò a sentirne la necessità, sicuramente dalla metà del II secolo nell’Africa romana, la Bibbia venne tradotta dal greco al latino. Fino a prova contraria, sono per l’origine africana delle traduzioni piuttosto che romana o italiana”. E poi sant’Agostino, il vescovo di Ippona grazie al quale, diceva ancora mons. Teissier, “l’occidente latino ha conquistato la sua indipendenza teologica e con ciò anche la sua propria personalità cristiana”. Taluni, aggiungeva, “potrebbero disapprovare questa evoluzione, e preferire la lettura del cristianesimo proposta dai padri greci. Ma tutti devono riconoscere che l’occidente latino deve soprattutto ad Agostino la sua propria lettura del messaggio biblico”.


SALMAN SAUDI ARABIA IO LO SO CHE TU SEI UN DEMONIO DI BESTIA MOLTO GENEROSO! E anche il monachesimo, in fin dei conti, trova in Africa la sua prima sedimentazione. Sarebbe stato sempre Agostino a organizzare i primi luoghi di vita monastica, a Tagaste, dopo aver scoperto nella biografia di sant’Antonio abate messa a punto da Atanasio lo stile di vita di diversi anacoreti convertiti alla vita ascetica. Meta ideale è il deserto egiziano, “la regione popolata da coloro che per primi avevano messo in atto la rinuncia definitiva alla vita mondana”, ha scritto l’archeologa Francesca Severini: “Qui più che altrove il pellegrino poteva entrare in contatto con quella fede autentica che aveva chiamato Paolo di Tebe, Antonio il Grande, Pacomio e molti altri a ritirarsi in solitudine nel deserto, veri e propri modelli di vita ascetica volta al superamento della dimensione terrena attraverso lo studio delle Sacre Scritture, la preghiera, il digiuno e la penitenza”. Di quegli insediamenti ne sopravvivono ancora molti, compreso il monastero di Santa Caterina, costruito nel VI secolo da Giustiniano nel Sinai meridionale, che pure un generale in pensione egiziano vorrebbe far radere al suolo perché “minaccia la sicurezza nazionale” a causa della presenza di “venticinque monaci ortodossi” tra le sue mura.
Quel modo di vivere, inizialmente unica speranza di salvarsi dalle persecuzioni anti cristiane, diventa poi un modello. “Nel corso del IV secolo, personalità di spicco dell’oriente cristiano si recano in occidente diffondendo con le parole e gli scritti i modelli del monachesimo egiziano e incoraggiandone l’imitazione”, aggiunge Severini: “Non c’è da stupirsi dunque se i modelli improntati sul rigoroso ascetismo orientale vengano accolti e assimilati a tal punto da modificare e forgiare le aspirazioni monastiche in occidente”.
Un cristianesimo vivace e fecondo, quello delle origini. Al tempo del Concilio di Cartagine, verso l’anno 200, si contano settanta vescovi nell’Africa romana. In Italia, tre. Nel secondo concilio di Cartagine, i vescovi africani sono novanta (mentre a Roma, al Sinodo convocato da Papa Cornelio, ne erano presenti solo sessanta). Prima, già nel 189, la rilevanza del cristianesimo africano era acclarata dall’elezione a Pontefice di Vittore, probabilmente un berbero.



SALMAN SAUDI ARABIA IO LO SO CHE TU SEI UN DEMONIO DI BESTIA MOLTO GENEROSO! Quali fattezze assuma poi il serpente che avrebbe distrutto questa specie di Eden, di cristianesimo vivace e fecondo, è facilmente spiegabile, dicono gli storici più affermati: le dispute dogmatiche, battaglie dai connotati ben poco cristiani su cui la travolgente novità musulmana, poi, avrebbe avuto gioco facile a imporsi. Alla fine del VII secolo, gli Omayyadi compiranno la grande conquista di tutto il nord Africa: l’islam trionfante sul cristianesimo delle chiese nordafricane divise da sospetti, lotte intestine e reciproche accuse d’eresia. Il resto è poi una storia di continua lotta per la sopravvivenza, di paria, di dimmi tollerati nella grande umma dal profeta rivelata. Una situazione pressoché cristallizzata: “Le nostre chiese sono modeste e fragili; la partenza di alcune comunità religiose presenti da molto tempo nel Maghreb e la mobilità sempre più rapida dei membri delle parrocchie ci obbligano a contare sempre di più sulla solidarietà delle altre chiese, soprattutto in termini di preti fidei donum o di congregazioni in particolare africane”, scrivevano nel 2012 i vescovi della conferenza episcopale della regione del nord Africa. Il fatto è, chiosava mons. Teissier, “che noi non facciamo numero. Facciamo segno. Segno dell’amore universale di Dio per tutti gli uomini”. E come segno e presenza vitale bisogna rimanere lì. Lo sa bene il vescovo di Tripoli, mons. Giovanni Martinelli, giunto lì all’indomani della rivoluzione che portò al potere Muammar Gheddafi e che di scappare dall’inferno della capitale libica non ne vuole sapere, anche se ormai è l’unico italiano rimasto: “Resto, devo restare. Bisogna farsi coraggio. In questo momento non ho paura, ma so che arriverà quel momento”. Forse ricorda, il presule rimasto nella capitale libica con trecento lavoratori filippini, cosa accadde nel 1908 al sacerdote francescano Giustino Pacini, superiore della missione di Derna. Ucciso a pugnalate, da tempo era in conflitto con la comunità musulmana locale perché rivendicava il diritto di difendere la propria attività missionaria. Se necessario, andando fino davanti al sultano di Istanbul. Il cardinale nigeriano Anthony Okogie, settantottenne arcivescovo emerito di Lagos, aveva pronunciato parole simili a quelle di mons. Martinelli poco dopo le prime stragi di Boko Haram: “Non scapperemo. Difenderemo le nostre chiese e le nostre case. Se servirà sacrificare la vita, lo faremo”. Un refrain, triste, che da un capo all’altro del continente viene scandito da decenni. L’Algeria, con la sua lunga guerra civile ne rappresenta l’esempio più lampante: in quel conflitto ha perso il dieci per cento dei religiosi che erano rimasti lì. Nel 1996 l’arcivescovo di Orano, mons. Pierre-Lucien Claverie, fu freddato da una raffica di mitra, pochi mesi dopo l’eccidio dei sette monaci trappisti di Tibhirine: sequestrati, finirono sotto la mannaia del boia. Le loro teste furono appese a un albero, dei corpi non si seppe più nulla. “Bisogna viverlo come qualcosa di molto bello, di molto grande. Bisogna esserne degni. E la messa che celebreremo per loro non sarà in nero. Sarà in rosso”, disse frère Jean-Pierre, uno dei due superstiti di quella strage, quando un confratello in lacrime venne a riferirgli che i suoi compagni erano tutti morti. “Li abbiamo visti subito come martiri. Il martirio era il compimento di tutto quello che avevamo preparato da molto tempo nelle nostre vite. Eravamo pronti, tutti”, disse qualche anno fa in un’intervista concessa a Jean-Marie Guénois per il Figaro.




SALMAN SAUDI ARABIA IO LO SO CHE TU SEI UN DEMONIO DI BESTIA MOLTO GENEROSO! E’ la croce del continente, che si trascina fin dai primi secoli dopo la venuta di Cristo. Non a caso, ricordano i vescovi del luogo, i più antichi testi sui martiri cristiani, gli Acta Martyrum Scillitanorum, sono africani. Si tratta della trascrizione in latino degli atti del processo e della condanna dei membri appartenenti a una comunità cristiana di una città di cui nulla più si sa, avvenuto nell’anno 180. Si tratta dei più antichi documenti di questo genere nella storia della letteratura cristiana. Fu proprio il vescovo Claverie, quasi presentendo il compimento tragico della sua esistenza terrena, a spiegare il senso della fiammella cristiana in terre ostili: “La chiesa adempie alla sua vocazione e alla sua missione quando è presente nelle divisioni che crocifiggono l’umanità nella sua carne e nella sua unità. Gesù è morto diviso tra il cielo e la terra, con le braccia distese per riunire i figli di Dio dispersi dal peccato che li separa, li isola e li mette gli uni contro gli altri e contro Dio stesso”.
Chiesa di minoranza e perseguitata, ma viva. Neppure un anno fa l’Annuario pontificio certificava la crescita esponenziale della presenza cattolica nel continente della speranza. Duecento milioni di fedeli, ritmo inversamente proporzionale al lento e inarrestabile declino dell’Europa cristiana, ma superiore anche all’eterna sfida asiatica, missione di Papa Francesco e antico nervo scoperto della Santa Sede. Una chiesa giovane, quella africana, come ha detto lunedì scorso l’arcivescovo di Rabat e presidente delle conferenze episcopali nordafricane, in visita ad limina a Roma: “Sì, siamo per lo più stranieri, spesso di passaggio, ma le nostre chiese sono molto giovani. In Marocco la popolazione conta trentamila persone, ma l’età media dei fedeli è di trentacinque anni”. Già a metà del decennio scorso, la vivacità della chiesa africana aveva investito come un ciclone il Vaticano. Dieci anni fa, si faceva notare come in ventisei anni lì i fedeli fossero triplicati, i sacerdoti aumentati dell’85 per cento, i seminaristi quadruplicati, i vescovi aumentati del 45 per cento. Tanto che si parlò di esportare il clero verso l’Europa sempre più secolarizzata e con le vocazioni al lumicino, quasi un’opera di rievangelizzazione del continente. Un grande cardinale come il già decano emerito del collegio cardinalizio, Bernardin Gantin, primo africano chiamato a ricoprire incarichi di vertice in curia (sarà Paolo VI ad affidargli la segreteria dell’Evangelizzazione dei popoli, prima di promuoverlo alla presidenza di Giustizia e pace e di Cor Unum. Giovanni Paolo II lo nominò successivamente prefetto della congregazione per i Vescovi), parlò non a caso di “sacerdoti e religiosi fidei donum al contrario. E’ la bontà della chiesa in Africa, la missione è un dovere universale”, disse in un’intervista al mensile 30Giorni due anni prima della morte, avvenuta nel 2008. Lui che – come rivelò qualche tempo fa il cardinale nigeriano Francis Arinze – quando nel 2002 decise di lasciare l’Urbe alla volta del suo Benin disse che ci tornava “da missionario romano”. ]Gantin, profeta che aveva vissuto in prima persona i drammi del colonialismo e della delicata decolonizzazione, suggeriva che i giovani e determinati preti usciti dai seminari africani non s’allontanassero troppo dalla madrepatria: “Poi, se il loro vescovo acconsentirà, potrebbero di nuovo tornare in occidente. Quello che bisogna evitare è che i sacerdoti africani, senza il consenso dei propri vescovi, vaghino per le diocesi del mondo occidentale più alla ricerca di un proprio benessere materiale che per un autentico zelo pastorale”. Inoltre, ammoniva le congregazioni religiose “europee agonizzanti o minacciate di estinzione” a “non andare a rinvigorirsi a buon prezzo tra le giovani chiese in Asia o Africa”. Certo, c’è il problema delle liturgie, spesso travolte dallo spirito festoso e allegro di tante realtà sub-sahariane. Ma i primi a porre gli argini sono proprio loro, i vescovi africani, che a differenza di tanti sacerdoti delle nostre parrocchie – soliti gestire le liturgie come farebbe un animatore turistico in un villaggio estivo – al culto del mistero ci tengono: “Non bisogna mai staccarsi dal magistero della chiesa universale. E le nostre messe non devono essere troppo particolari. Non devono essere comprese solo da noi africani. Un qualsiasi cattolico che partecipa a una nostra funzione religiosa deve poterla riconoscere, deve potersi trovare a casa sua. Il cattolicesimo non è protestantesimo”, diceva Gantin.




SALMAN SAUDI ARABIA IO LO SO CHE TU SEI UN DEMONIO DI BESTIA MOLTO GENEROSO! Accanto alla chiesa giovane e dinamica, c’è anche quella antichissima che affonda le radici nell’immediato dopo Cristo. Ci sono i milioni di copti egiziani che da secoli vivono da minoranza più o meno tollerata nel paese arabo più popolato al mondo, custodi della chiesa fondata da San Marco evangelista che ad Alessandria pose le basi della sua predicazione, prima di essere martirizzato con una corda stretta attorno al collo. Centinaia di chilometri più a sud, nell’Etiopia scampata all’invasione islamica, s’annidano ancora vecchi monasteri dislocati qua e là tra gli altipiani. “La mia chiesa è la più antica del mondo e la sua fondazione risale direttamente al tempo di Gesù, attorno all’anno 35, subito dopo la sua morte e resurrezione”, raccontava qualche anno fa a Jesus abuna Paulos, patriarca della chiesa ortodossa etiope, scomparso tre anni fa. Chiesa antica ma viva: “Abbiamo cinquantamila e più chiese in tutto il paese. I nostri giovani vengono regolarmente a messa, con presenze pari al settanta per cento. In tutto, considerata la costanza con cui le fasce adulte e anziane vengono al culto, sfioriamo l’ottante per cento di popolo a messa ogni domenica”. Come per l’Egitto, anche in Etiopia è fondamentale la presenza dei monasteri, eremi che hanno resistito alle traversie della storia: “Sempre più giovani chiedono di diventare monaci. Abbiamo milleduecento monasteri in tutto il paese e circa cinquecentomila religiosi. Abbiamo quarantacinque milioni di fedeli, se si calcolano i tantissimi cristiani etiopici che vivono all’estero”. Il mese scorso, Papa Francesco ha voluto riconoscere il valore della chiesa cattolica locale che, seppur piccola e minoritaria, rappresenta uno di quei “segni” di cui aveva parlato mons. Teissier. L’arcieparca di Addis Abeba, mons. Berhaneyesus Demerew Souraphiel, è stato creato cardinale. Il secondo nella storia dell’Etiopia, dopo Paulos Tzadua. Ed è stato proprio il nuovo porporato ad aver spiegato la fede profonda del suo paese: “La gente – ha detto a Radio Vaticana – prende la sua fede sul serio: la fede è un dono di Dio. E vivono così. Affrontano le cose vedendo che se Dio vuole, le cose possono cambiare. Non perdono la speranza. Per questo amano la vita, dal concepimento fino alla morte. E questo è importante”.
L’Africa continente della speranza, serbatoio di fede per l’avvenire che progressivamente vedrà l’Europa inaridita e le sue chiese sempre più vuote. “Mentre si tende a descrivere l’Africa in modo riduttivo e spesso umiliante, come il continente dei conflitti e dei problemi infiniti e insolubili”, al contrario “essa è per la chiesa il continente della speranza, il continente del futuro”, disse Benedetto XVI nel discorso ai membri della Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel, ricevuti in udienza nel febbraio del 2012. Non a caso, i vescovi africani si sentono il baluardo contro tutto ciò che possa svilire o appannare il messaggio cristiano così come tramandato nei secoli. Lo si è visto bene al recente Sinodo straordinario sulla famiglia, dove loro hanno fatto da capofila allo schieramento avverso allo Zeitgeist, lo spirito del tempo che tanto di moda va migliaia di chilometri più a nord, dove le chiese hanno le casse piene e le navate vuote. “L’Africa propone all’occidente i suoi valori sulla famiglia, l’accoglienza, il rispetto della vita. Gli ultimi papi hanno avuto grande fiducia nella chiesa d’Africa e questo è un invito a fare la nostra parte”, ha di recente scritto il cardinale guineano Robert Sarah, prefetto della congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti, nel libro “Dieu ou Rien” (Fayard). “Affermo solennemente – prosegue il porporato – che la chiesa d’Africa si opporrà fermamente a ogni ribellione contro l’insegnamento di Gesù e del Magistero”. Una chiesa, piagata dalle persecuzioni ma tutt’altro che in ginocchio, come ha ricordato solo qualche settimana fa nel duomo di Milano il cardinale John Onaiyekan, arcivescovo di Abuja, in Nigeria. Lui che ogni giorno conta i morti per mano di Boko Haram, ha dato un messaggio di fiducia a quell’occidente che passa le giornate a spostare presepi e rimuovere campane perché disturbano le coscienze e violano la sacra laicità razionale: “Sono stato in Sant’Ambrogio, sulla tomba del grande vescovo che ha battezzato l’africano Agostino: segno di una eredità che risale sino ai primi che seguirono Gesù. Non è possibile che una Chiesa con questo fondamento non viva”.



"L'occidente è diventato la tomba di Dio". Il j'accuse dal cardinale Sarah [ pornocrazia dogma darwin gender ] "La cultura occidentale si è organizzata come se Dio non esistesse. Siamo noi ad averlo ucciso. L'uomo non sa più né chi sia né dove vada". Il testo completo sull'ultimo numero di Vita e Pensiero di Matteo Matzuzzi. 12 Gennaio 2017 "La vera crisi che attraversa ora il nostro mondo non è essenzialmente economica o politica, ma è una crisi di Dio e nello stesso tempo una crisi antropologica", scrive il cardinale Robert Sarah prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, in una riflessione pubblicata sull'ultimo numero della rivista Vita e Pensiero, oggi in uscita. "Certo, oggi si parla solo di quella economica: nello sviluppo della potenza dell'Europa – dopo i suoi orientamenti originali più etici e religiosi – l'interesse economico è diventato determinante, in modo sempre più esclusivo". "La cultura occidentale – scrive Sarah – si è progressivamente organizzata come se Dio non esistesse: molti oggi hanno deciso di fare a meno di Dio. Come afferma Nietzsche, per molti, in occidente, Dio è morto. E siamo noi ad averlo ucciso, noi siamo i suoi assassini e le nostre chiese sono le cripte e le tombe di Dio. Un buon numero di fedeli non le frequentano più, non vanno più in chiesa, per evitare di sentire la putrefazione di Dio; ma così facendo, l'uomo non sa più né chi sia né dove vada: vi è una sorta di ritorno al paganesimo e all'idolatria; la scienza, la tecnologia, il denaro, il potere, il successo, la libertà a oltranza, i piaceri senza limiti sono, oggi, i nostri dei".
La preghiera è silenzio, il troppo rumore allontana l'uomo da Dio
"Non si può che restare impressionati dal silenzio di Gesù di fronte al Sinedrio, al governatore romano Pilato e al re Erode. Il vero e buon silenzio appartiene sempre a chi vuole lasciare il proprio posto agli altri, e soprattutto al totalmente altro, a Dio". Il cardinale prefetto della Congregazione per il Culto divino riflette sul valore dell'ascesi cristiana. E' dunque necessario mutare prospettiva, spiega il cardinale guineano: "Dobbiamo ricordare che in Dio 'viviamo, ci muoviamo ed esistiamo' (At 17,28). In Lui, tutto sussiste. Egli è il Principio, sede di ogni Pienezza, ci dice san Paolo; fuori di Lui, nulla regge: ogni cosa ritrova in Dio il proprio essere e la propria verità, ovvero è Dio o niente. Certo, esistono problemi enormi, situazioni spesso dolorose, un'esistenza umana difficile e angosciante; eppure dobbiamo riconoscere che è Dio a dare senso a ogni cosa. Le nostre preoccupazioni, i nostri problemi, le nostre sofferenze esistono e ci preoccupano, ma sappiamo che tutto si risolve in Lui, sappiamo che è Dio o niente, e lo percepiamo come un'evidenza che si impone a noi non dall'esterno, ma dall'interno dell'anima, perché l'amore non si impone con la violenza, ma seducendo il cuore con una luce interiore".



Non c’è Europa senza Cristo ] [ pornocrazia dittatura laicista dogma darwin gender ] L’anima cristiana del continente nel disegno dei padri fondatori. La profezia di Romano Guardini: “Se perde questa sua essenza, non avrà più nulla da significare” di Matteo Matzuzzi
29 Agosto 2016 Non c’è Europa senza Cristo, La facciata della Cattedrale di Rouen L’Europa, in fin dei conti, ha iniziato a crollare definitivamente nei primi anni Duemila, quando il presidente della Convenzione europea, l’organismo incaricato di studiare una Costituzione per l’Unione, Valéry Giscard d’Estaing, rifiutò di aprire una lettera che Giovanni Paolo II gli aveva fatto recapitare. Un messaggio in cui il vecchio Papa polacco implorava quantomeno di considerare l’inserimento d’un riferimento alle radici giudaico-cristiane del continente nel testo poi abortito. “E’ bene che la tenga in tasca e non me la consegni”, avrebbe detto Giscard al latore della missiva secondo quando ebbe a dire monsignor Rino Fisichella, citando fonti fidate. Quel gesto dell’ex capo dello stato francese non era un semplice barcamenarsi tra gli opposti interessi e il mantra laicista tanto in voga a Bruxelles, che si cullava nella convinzione che il multiculturalismo e l’applicazione di ricette tutte concordi nel ricacciare la religione a fatto privato – quasi fosse l’iscrizione a un club di caccia – avrebbero portato in terra il regno della pace perpetua. Rifiutare quella lettera significava rimuovere le fondamenta stesse del progetto comunitario, che aveva nel fatto cristiano il suo pilastro fondamentale. Questa, almeno, era l’Europa immaginata da Robert Schuman, uno dei suoi padri fondatori il cui nome tanto campeggia sulle facciate dei palazzi e cui tante vie e piazze sono dedicate nel cuore politico dell’Unione. L’Europa che “o sarà cristiana o non sarà”, frase poi ripresa decenni più tardi proprio da Giovanni Paolo II.
Schuman aveva pensato un’Europa fondata non tanto e solo sul collante economico, bensì sul comune terreno culturale, che a suo giudizio non poteva fare a meno del portato valoriale incarnato dal cristianesimo. “Tutti i paesi europei sono permeati dalla civiltà cristiana. Essa è l’anima dell’Europa che occorre ridarle”, disse, quando ancora le chiese erano popolate e a nessuno veniva in mente di proporre la rimozione della croce dallo stendardo di Tolosa perché offensiva nei confronti dei fedeli di altre religioni (o culti, come più sobriamente si dice oltralpe). L’Europa delle cattedrali (definizione sempre di Schuman) come emblema caratterizzante di quel che avrebbe dovuto essere, insomma. Ma la visione dello statista francese – al pari di quella di Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi – era laica: niente a che vedere con rivendicazioni confessionali o con intenzioni più o meno manifeste di imporre il cristianesimo quale religione comunitaria. Nessuno spirito di revanche crociata né desiderio di brandire vessilli identitari a definire un fortino da purificare e preservare da attacchi e infiltrazioni esterne.
una visione che sarebbe stata condivisa dal teologo Romano Guardini, che nelle sue dense ma al contempo brevi riflessioni sull’Europa (raccolte qualche anno fa dalla casa editrice Morcelliana) delineava le basi per una costruzione comune che potesse avere successo e respiro. “Se quindi l’Europa deve esistere ancora in avvenire, se il mondo deve ancora aver bisogno dell’Europa”, scriveva Guardini, “essa dovrà rimanere quella entità storica determinata dalla figura di Cristo, anzi, deve diventare, con una nuova serietà, ciò che essa è secondo la propria essenza. Se abbandona questo nucleo, ciò che ancora di esse rimane, non ha molto più da significare”. Silvano Zucal, grande esperto della materia e che di quella raccolta scrisse la premessa, osservò che le meditazioni di Guardini, “frutto di una riflessività e d’una originalità straordinarie, dicono che solo l’Europa poteva diventare non solo un ‘destino’ di ricomposizione per la sua personale identità duale, ma anche un compito etico da consegnare al futuro dei popoli europei fuoriusciti dall’epoca tragica segnata dalle guerre, dai totalitarismi e dalla macchia indelebile della Shoah”.
Già nel 1980, in un’omelia tenuta a Cracovia, l’allora cardinale Joseph Ratzinger (a Guardini assai legato, tanto da citarlo perfino nel suo ultimo discorso prima di lasciare per sempre il Palazzo apostolico, nel 2013) diceva che “ogni popolo europeo può e deve riconoscere che la fede ha creato la propria patria e che perderemmo noi stessi sbarazzandoci della nostra fede”. Si trattava di ribadire il concetto che l’Europa com’è oggi, sopravvissuta a secoli di guerre e disfacimenti di piccoli e grandi principati, è opera della fede cristiana insieme alla filosofia greca e al pensiero romano.



Non c’è Europa senza Cristo ] [ pornocrazia dittatura laicista dogma darwin gender ] L’anima cristiana del continente nel disegno dei padri fondatori. La profezia di Romano Guardini: “Se perde questa sua essenza, non avrà più nulla da significare” di Matteo Matzuzzi Il problema, mai come ora così attuale e decisivo, è capire cosa è l’Europa. Parlando a Berlino nel 2000, in pieno dibattito sulla necessità (o meno) di riconoscere l’impronta giudaico-cristiana nella Costituzione europea, Ratzinger spiegò che l’Europa è in primo luogo un concetto culturale e storico, e solo in un secondo tempo indica una realtà geografica. Guardini l’aveva anticipato di quasi mezzo secolo. Già settantenne, il teologo e filosofo italo-tedesco, parlando all’Università di Monaco, chiariva che “l’Europa non è un complesso puramente geografico, né soltanto un gruppo di popoli, ma un’entelechia vivente, una figura spirituale operante”.
Un qualcosa in movimento, dunque, che si è sviluppato una storia “che passa per quattromila anni e a cui non si può finora paragonare nessun’altra ricchezza di personalità come di forze, in audacia d’azioni come in profondi movimenti di destini sperimentati, in ricchezza di opere prodotte come in pienezza di significato immessa in ordini di vita creati”. Certo, avvertiva Guardini, “nessuna forma di vita è eterna”. Tuttavia, “la struttura essenziale europea c’è; la vediamo anzi in ogni gesto, la percepiamo in ogni parola, la sentiamo con intensità nuova, dolorosa in noi stessi. Così siamo fiduciosi che continuerà e sarà soggetto di storia”. A patto che esamini “se stessa con la più decisa serietà” e rifletta “sul suo proprio essere”. Si tratta semmai di ridestarla, di considerare le tante cattedrali che pullulano le città non solo come vecchi musei, ma come simbolo di una grande storia comune. Utile sarebbe, forse, “farla finita con la neutralizzazione di ogni religione e di ogni etica sostantiva”, come diceva a questo giornale il cardinale Angelo Scola il 4 agosto. Le religioni, aggiungeva l’arcivescovo di Milano, “non vanno pensate come soggetti che cercano tutele, ma come realtà vitali capaci di sviluppare una soggettività pubblica, liberamente assunta e il più possibile cordialmente dialogata. In quest’età post secolare in cui, con la modernità, è stato abbandonato il riferimento a Cristo come senso di un cammino, bisogna riconoscere che tutti i tentativi fatti per sostituirlo sono falliti. Basti rifarsi al discorso del crollo delle grandi narrazioni”.
Manca, scriveva Guardini nel lontano 1955, “ciò che è più intimamente decisivo: la figura di Cristo. E non nel senso che un determinato gruppo di popoli l’avrebbe accolto come maestro religioso, il loro carattere peculiare però sarebbe stato determinato anche senza questo; ma diventò ciò che è, perché il suo spirito per quasi due millenni fu attivo fin nella loro più intima profondità e nella loro più delicata finezza”. L’essere di Cristo, continuava il teologo, “ha liberato il cuore all’uomo europeo. La sua personalità gli ha dato la capacità straordinaria di vivere la storia e di esperire il destino. La sua serietà, che lo volesse o no, ha sostenuto l’opera dello spirito europeo”. Affermazioni nette che paiono stridere con lo stato dell’Europa odierna, mostro burocratico più che casa dei popoli, incapace di rispondere alle sfide essenziali che le si pongono dinanzi e che giorno dopo giorno è minacciata da venti ostili che ne preconizzano lo sgretolamento finale.
Non è un caso che alla questione sia dedicato l’annuale incontro degli allievi del professor Ratzinger, che si stanno incontrando proprio in questi giorni a Castel Gandolfo per discutere proprio di Europa. Alla fine, come sempre, il tema è stato scelto da Benedetto XVI, benché “con una certa esitazione”, ha rivelato padre Stephan Horn, coordinatore dello Schülerkreis, in un’intervista concessa ad Acistampa. “Quando lo ha scelto, ha posto la domanda: ‘E’ ancora viva l’Europa? C’è ancora una Europa? Esiste veramente l’Europa?’”. Affermazioni che rievocano quelle di Papa Francesco, pronunciate all’atto di ricevere il prestigioso premio Carlo Magno, lo scorso maggio: “Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?”.
Non è banale pessimismo, quello di Bergoglio e Ratzinger, bensì la necessità di comprendere fino a che punto il concetto “post europeo” e “anti europeo” di ragione autonoma abbia finito per compromettere non solo le fondamenta dell’ideale comunitario ma anche i pilastri su cui s’erge ogni società umana. Nel celebre discorso tenuto da Ratzinger a Norcia il 1° aprile del 2005, l’allora prefetto della congregazione per la Dottrina della fede tornò sul dibattito circa la menzione delle radici cristiane nel preambolo della Costituzione europea. “L’affermazione che la menzione delle radici cristiane dell’Europa ferisce i sentimenti dei molti non cristiani che ci sono in Europa, è poco convincente, visto che si tratta prima di tutto di un fatto storico che nessuno può seriamente negare”. Naturalmente, proseguiva Ratzinger, “questo cenno storico contiene anche un riferimento al presente, dal momento che, con la menzione delle radici, si indicano le fonti residue di orientamento morale, e cioè un fattore d’identità di questa formazione che è l’Europa”. Ma la domanda è: “Chi verrebbe offeso? L’identità di chi viene minacciata? I musulmani, che a tale riguardo spesso e volentieri vengono tirati in ballo, non si sentono minacciati dalle nostre basi morali cristiane, ma dal cinismo di una cultura secolarizzata che nega le proprie basi. E anche i nostri concittadini ebrei non vengono offesi dal riferimento alle radici cristiane dell’Europa, in quanto queste radici risalgono fino al monte Sinai: portano l’impronta della voce che si fece sentire sul monte di Dio e ci uniscono nei grandi orientamenti fondamentali che il decalogo ha donato all’umanità. Lo stesso vale per il riferimento a Dio: non è la menzione di Dio che offende gli appartenenti ad altre religioni, ma piuttosto il tentativo di costruire la comunità umana assolutamente senza Dio”. Le motivazioni erano ben altre, “più profonde”, sottolineava: “Presuppongono l’idea che soltanto la cultura illuminista radicale, la quale ha raggiunto il suo pieno sviluppo nel nostro tempo, potrebbe essere costitutiva per l’identità europea”. Una cultura in cui “possono coesistere differenti culture religiose con i loro rispettivi diritti, a condizione che e nella misura in cui rispettino i criteri della cultura illuminista e si subordino a essa”.
Una cultura che “è dfeinita dai diritti di libertà”, che “parte dalla libertà come un valore fondamentale che misura tutto”, compresa la libertà della scelta religiosa”. Il divieto di discriminazione, sempre incluso in quella cultura, “può trasformarsi sempre di più in una limitazione della libertà di opinione e della libertà religiosa”. Ma, aggiungeva infine Ratzinger, “la concezione mal definita o non definita affatto di libertà, che sta alla base di questa cultura, inevitabilmente comporta contraddizioni; ed è evidente che proprio per via del suo uso (un uso che sembra radicale) comporta limitazioni della libertà che una generazione fa non riuscivamo neanche a immaginarci. Una confusa ideologia della libertà conduce a un dogmatismo che si sta rivelando sempre più ostile verso la libertà”.



A lezione di Europa da Ratzinger Benedetto XVI raduna gli ex allievi sulla crisi del Vecchio continente. Protagonista l’ebreo Weiler, che difese il crocifisso a Strasburgo. Per il Centro Schuman, il cristianesimo è diventato una “religione vicaria”. di Giulio Meotti
20 Agosto 2016 a lezione di Europa da Ratzinger Benedetto XVI Roma. Il Ratzinger-Schülerkreis è il circolo composto da quaranta ex allievi di Benedetto XVI che una volta l’anno s’incontrano col loro antico professore di Teologia per discutere di un tema. L’incontro si tiene tra la fine di agosto e l’inizio di settembre a Castel Gandolfo. Un anno fa, Benedetto XVI scelse di riflettere sul tema “Come parlare oggi di Dio”, con la partecipazione del filosofo ceco Tomas Halik. Quest’anno, dal 26 al 28 agosto, Ratzinger ha scelto come tema la “Crisi dell’Europa”. Crisi religiosa e culturale, prima che politica. Quest’anno, per motivi di salute, Benedetto XVI non celebrerà la messa. E’ lo stesso Benedetto a scegliere ogni anno il tema, approvandone i relatori. Stavolta ci sarà il costiuzionalista ebreo Joseph Weiler, che ha coniato l’espressione “Cristofobia”, attribuendo alla cattiva influenza della generazione del Sessantotto le origini del “laicismo” che poi sarebbe divenuto “ideologia dominante dell’Unione europea”.
 Fu a Weiler che l’Italia affidò la difesa del crocifisso nelle aule scolastiche di fronte alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Gli incontri con gli ex allievi risalgono al 1977, quando Ratzinger divenne arcivescovo di Monaco. Sono andati avanti quando fu eletto Papa, nel 2005, e anche dopo la sua rinuncia. Quest’anno il professor Weiler parlerà sul tema: “Your Holiness, if you will allow me to respond… on the spiritual crisis of Europe” (Santità, mi consenta di rispondere: sulla crisi spirituale dell’Europa). Il vescovo emerito Egon Kapellari interverrà invece sul tema “Alte und neue Herausforderungen für die Christen auf dem Bauplatz Europa” (Sfide veccchie e nuove per i cristiani nel cantiere Europa).
Al tema della secolarizzazione e del destino del cristianesimo in Europa dedica un paper anche il Centro Schuman, che prende il nome da uno dei padri nobili dell’Unione europea, il teorizzatore di quella “Europa delle cattedrali” come fondamento dell’identità del Vecchio continente. Spiega il professor Evert van de Poll nel paper per il Centro Schuman che “anche nella società pluralista, multiculturale, dove l’umanesimo secolarista domina la sfera pubblica, molte persone non cristiane mantengono un legame, spesso inconsapevole e indiretto, con il cristianesimo”. Il cristianesimo minoritario diventa così “religione vicaria”, un termine introdotto da Danièle Hervieu-Léger, sociologa francese della religione. “La chiesa incarna la memoria religiosa collettiva di tutta la nazione, comprese le persone che non praticano la religione cristiana”, scrive Van de Poll.
“La gente apprezza che ci sono chiese. Inoltre, le vedono in relazione con la storia del loro paese. La chiesa fa parte del patrimonio culturale nazionale”. A questo è collegata l’idea che il cristianesimo sia la “religione di default” degli europei. “Tradizioni cristiane permangono nel subconscio collettivo del popolo europeo. Nonostante la massiccia secolarizzazione e lo sviluppo di una società multi-religiosa, l’Europa è ancora cristiana. Il cristianesimo ha lasciato in Europa un ricco patrimonio culturale di valori, idee e immagini, espressioni artistiche, tradizioni, feste, rituali di nozze e funerali, di costumi sociali locali, simboli. Per questo anche persone secolarizzate si oppongono alla distruzione di una cappella, perché la considerano un bellissimo elemento del patrimonio culturale”.
Tuttavia l’Europa delle cattedrali di cui parlava Schuman sta per essere mangiata dall’edera. Basta sfogliare la collezione fotografica dell’artista francese Maxime Cotte, partito da Grenoble per testimoniare lo stato di abbandono delle chiese europee. Le fotografie sono state pubblicate ieri dal Daily Mail. “Le grandi chiese d’Europa sono lasciate marcire”, si legge. Francia, Belgio e Italia i luoghi più importanti visitati da Cotte. Detriti, affreschi che cadono a pezzi, crocifissi accatastati, piante che si arrampicano sugli altari e una tenue luce che brilla ancora attraverso le vetrate di una chiesa ormai vuota.

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Economia e finanza, ecco perché Francesco è lontano anni luce da Benedetto XVI, In Caritas in Veritate, anche Benedetto XVI condanna le storture e le devianze che talvolta appartengono alla nostra economia. Ma allo stesso tempo riconosce nel mercato una struttura che ha permesso di aprire maggiori possibilità ai paesi sottosviluppati, di far cadere le frontiere e di essere motore di una pacificazione sempre maggiore. di Michele Silenzi
7 Agosto 2016 Economia e finanza, ecco perché Francesco è lontano anni luce da Benedetto XVI, Papa Francesco e Papa Ratzinger, L’enciclica di Benedetto XVI Caritas in Veritate, promulgata nel 2009 nel pieno della tempesta finanziaria, in cui l’analisi del ruolo dell’economia nel mondo è centrale, andrebbe riletta oggi alla luce del costante attacco portato da Papa Francesco nei confronti di tutto quello che può essere riconosciuto come un sistema capitalista e liberale. Nelle sue ultime dichiarazioni, il Papa ha paragonato il nostro modello economico al terrorismo, anzi, lo ha definito “il primo terrorismo” perché genererebbe le condizioni di disagio da cui poi si propaga il terrorismo armato (mai definito per quello che è, ovvero di matrice islamista). In Caritas in Veritate non c’è un’esaltazione del mercato o della concorrenza, siamo sempre all’interno della dottrina sociale della chiesa. Inoltre ci sono aspetti dell’enciclica che non farebbero felice un liberale, in particolare l’auspicato rafforzamento dello Stato come organo di giustizia sociale e redistributiva. Ma, come tutta l’opera di Benedetto XVI, anche questa enciclica è rivolta al modo in cui la fede e l’esperienza cristiana devono confrontarsi con una ragione che abita e si confronta con la realtà del mondo contemporaneo. In Caritas in Veritate si leggono dei giudizi lontani dalle dichiarazioni di Francesco. Ad esempio, quando Benedetto XVI parla del processo di globalizzazione, scrive “nato dentro i Paesi economicamente sviluppati, questo processo per sua natura ha prodotto un coinvolgimento di tutte le economie. Esso è stato il principale motore per l’uscita dal sottosviluppo di intere regioni e rappresenta di per sé una grande opportunità”. E ancora, riguardo allo sviluppo economico, “È vero che lo sviluppo c’è stato e continua ad essere un fattore positivo che ha tolto dalla miseria miliardi di persone e, ultimamente, ha dato a molti Paesi la possibilità di diventare attori efficaci della politica internazionale”.
Un discorso simile vale per il mercato, che non è visto soltanto come il ricettacolo dei peggiori istinti umani in cui si compie lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, come dà a intendere Papa Francesco, e in cui il denaro è lo sterco del demonio. In Caritas in Veritate, anche Benedetto XVI condanna le storture e le devianze che talvolta appartengono alla nostra economia. Ma allo stesso tempo riconosce nel mercato una struttura che ha permesso di aprire maggiori possibilità ai paesi sottosviluppati, di far cadere le frontiere e di essere motore di una pacificazione sempre maggiore grazie alla sua capacità di unire e di far incontrare le diversità. Scrive Joseph Ratzinger che “il mercato, se c’è fiducia reciproca e generalizzata, è l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri. La società non deve proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest’ultimo comportasse ipso facto la morte dei rapporti autenticamente umani”.
Bush Morgan Rochefeller Soros Erdogan SALMAN shariah Bilderberg ] TROIE [ avete preparato la vasellina?



SALMAN SAUDI ARABIA IO LO SO CHE TU SEI UN DEMONIO DI BESTIA MOLTO GENEROSO! Si cita Ratisbona, che però fu un discorso rivolto in primo luogo all’occidente: “E’ vero, ma quella parte sull’islam Ratzinger l’ha voluta dire, non lo si può negare”. E la verità è che “l’islam è un’ideologia travestita da religione, l’hanno riconosciuto perfino persone illuminate di quel mondo”. Ma un cattolico non dovrebbe seguire il Papa, cioè Pietro? “Io obbedisco alla mia coscienza. Anche il beato Newman la pensava così. E’ lui che scrisse ‘Se fossi obbligato a introdurre la religione nel brindisi dopo un pranzo, brinderò prima alla coscienza e poi al Papa. Anche l’allora cardinale Ratzinger ripeté, in un incontro a Siena negli anni Novanta, questa massima”. E’ Newman ad aver parlato della coscienza come eco della voce di Dio, definendola ‘l’originario vicario di Cristo’”. http://www.ilfoglio.it/chiesa/2016/08/24/news/il-caso-socci-103119/


Papa Francesco studi la storia degli yazidi per capire che la guerra di religione esiste, Due anni fa Nadia Murad e altre migliaia di donne furono catturate, torturate e stuprate dagli islamisti dello Stato islamico. Nel dicembre del 2015 è stata invitata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Da quel giorno chiede di gridare allo scandalo, di non coprirsi gli occhi, di non girarsi dall’altra parte quando si descrive l’orrore di una guerra di religione. di Claudio Cerasa. Nadia Murad è una ventiduenne irachena di religione yazida e due giorni fa ha rilasciato una meravigliosa intervista al Time per ricordare la sua storia, due anni dopo una data drammatica che dovrebbe essere scolpita nella memoria di chi nega che quella di oggi sia una guerra di religione: quattro agosto del 2014. Nadia Murad, nell’agosto di due anni fa, fu una delle cinquemila donne rapite dai soldati dello Stato islamico. In quella notte, nel nord dell’Iraq, nella regione di Sinjar, vennero rapiti 6.140 yazidi infedeli e a ognuno di loro venne data una possibilità di salvezza: convert or die, convertiti o muori. In quella notte migliaia di donne furono catturate dagli islamisti e Nadia Murad, come tutti gli altri, era parte del bottino di guerra. Fu torturata e stuprata. Vide morire con i propri occhi sua madre e i suoi sei fratelli. Dopo qualche mese venne trascinata a Mosul con altre 150 giovani della sua età. A tutte venne imposto il cambio di religione (ma non è una guerra di religione). Le donne vennero ancora stuprate fino a perdere i sensi. Ai bambini, che Nadia ricorda fossero più di mille, venne fatto il lavaggio del cervello per farli diventare futuri guerriglieri. In tutto, in quei giorni, gli yazidi rapiti e ridotti in schiavitù furono circa 10 mila. Dopo tre mesi, Nadia riuscì a scappare dall’inferno costruito su misura dallo Stato islamico contro un popolo infedele. E’ arrivata in Germania, a Stoccarda. Nel dicembre del 2015 è stata invitata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Da quel giorno si è trasformata nella Ayaan Hirsi Ali del suo popolo. Chiede di gridare allo scandalo, di non coprirsi gli occhi, di non girarsi dall’altra parte quando si descrive l’orrore di una guerra di religione. Una guerra che qualcuno vuole negare, minimizzare, ridurre a semplice follia inspiegabile, magari generata da un mondo drogato dai vizi del dio denaro, ma che purtroppo esiste e che è ben rappresentata dalla storia di Nadia Murad: una donna che crede nella propria religione e che ha rischiato la propria vita perché considerata infedele da chi combatte in nome di un’altra religione.
Nel novembre del 2015 Sinjar è stata liberata dall’Isis dai peshmerga curdi e dai soldati iracheni sostenuti dall’aviazione americana ma nonostante questo i massacri non sono finiti. Poco più di un mese fa diciannove yazide sono state bruciate vive dentro una gabbia di metallo a Mosul, capitale del Califfato in Iraq, per essersi rifiutate di concedersi come schiave sessuali ai combattenti dell’Isis. Nel 2014 ci fu molto clamore per il massacro di Sinjar. Due anni dopo Nadia denuncia un silenzio scioccante. Che riguarda un mondo islamico che non riesce a essere compatto di fronte ai massacri commessi in nome dell’islam – per i wahabiti gli yazidi sono apostati, per i sunniti sono adoratori del diavolo. Che riguarda una parte del mondo femminista che in nome dell’islamicamente corretto ha rinunciato a essere compatto nella condanna degli abusi perpetrati sulle donne nel nome dell’islam. Che riguarda anche un occidente silente che riducendo la guerra di religione a un problema legato al disagio sociale non aiuta le Nadia Murad a realizzare il proprio sogno: non restare in silenzio di fronte all’orrore. Nadia Murad ha chiesto di incontrare il Papa. E chissà che guardando negli occhi di Nadia, Francesco non si renda conto che la guerra in corso è contro tutte le religioni infedeli, contro le quali combatte un esercito che uccide non in nome dell’odio per il capitalismo ma in nome di alcuni versetti del Corano. Ci vuole una Nadia in Vaticano, per dimostrare che chi guida la chiesa non ha intenzione di rimanere in silenzio di fronte agli orrori del nuovo totalitarismo. Un secolo fa, gli yazidi di Sinjar salvarono migliaia di cristiani mentre venivano massacrati dalle forze turche ottomane. Oggi tocca a noi.
5 Agosto 2016 http://www.ilfoglio.it/esteri/2016/08/05/news/papa-francesco-studi-la-storia-degli-yazidi-per-capire-che-la-guerra-di-religione-esiste-102496/

L'islam, la chiesa e quella versione un po' semplicistica del pacifismo francescano. "La vita della Chiesa ha sempre avuto dentro sia san Francesco sia i guerrafondai”, ha detto al Corriere Giorgio Vittadini in vista del Meeting di Rimini. Rimuginando però mi sono insospettito e sono andato a controllare le fonti. Sorpresa… di Antonio Gurrado 17 Agosto 2016 "La vita della Chiesa ha sempre avuto dentro sia san Francesco sia i guerrafondai”, ha dichiarato al Corriere Giorgio Vittadini in vista del Meeting di Rimini, a riprova del fatto che sotto le parvenze dell'odierna guerra di religione si nasconde una lotta di potere ideologica ed economica. Questa contrapposizione fra chi anela alla pace francescana e gli egemonisti rimestatori di conflitti è talmente radicata nella visione cristiana che, sulle prime, l'ho data per scontata; rimuginando però mi sono insospettito e sono andato a controllare le fonti. Tommaso da Celano dice che san Francesco s'imbarcò clandestino per la Siria pur d'intervenire lì dove “ogni giorno si combattevano dure battaglie tra cristiani e pagani”, cioè musulmani; e che, giunto al cospetto del Sultano, non gli propose di far cessare le ostilità con una cerimonia interreligiosa ma volle parlare con fermezza e coraggio “a coloro che facevano ingiuria alla legge cristiana”.
I Fioretti riferiscono poi che questo “Soldano di Babilonia”, l'egiziano Melek-al-Kamel, avrebbe gradito convertirsi ma non poté per via della propria gente: “Se costoro il sentissono”, disse al missionario, “eglino ucciderebbero me e te con tutti i tuoi compagni”. Si trattava infatti di “sì crudeli uomini, che niuno cristiano che vi passasse potea scampare che non fosse morto”; a San Francesco e ai suoi andò bene poiché vennero soltanto “presi, battuti e legati”. Sia per i Fioretti sia per fra' Tommaso, San Francesco andò a fronteggiare l'islam “arso dal desiderio di sacro martirio”, perifrasi che, per quanto siano passati più di settecento anni, resta quanto meno singolare per indicare una lotta di potere ideologica ed economica.



SALMAN SAUDI ARABIA IO LO SO CHE TU SEI UN DEMONIO DI BESTIA MOLTO GENEROSO! Il Papa sui martiri etiopi: "Il loro sangue è testimonianza che grida per farsi sentire" "Non fa alcuna differenza che le vittime siano cattolici, copti, ortodossi o protestanti. Il loro sangue è uno medesimo nella loro confessione di Cristo! Il sangue dei nostri fratelli e delle nostre sorelle cristiani è ...
21/04/2015
L’esercito dei martiri
“Il martire scrive col sangue la sua fede: proclama, col suo sacrificio, che la verità ch’egli possiede e per la quale si lascia uccidere, vale più della sua vita temporale, perché la fede è la sua nuova vita ...
Chiesa 01/08/2016




Sette martiri per occhi ciechi [ SALMAN SAUDI ARABIA IO LO SO CHE TU SEI UN DEMONIO DI BESTIA MOLTO GENEROSO! ] E’ la lezione di un gigante dell’umanesimo contemporaneo come René Girard: “Viviamo nel secolo del martirio”. Si fatica persino a metterle in fila le notizie sulle sanguinose persecuzioni ... 10/07/2009



Non esistono i martiri della Tv, “Molti di voi avrebbero preferito un martire prima dell’ora di cena, invece avete un direttore che se ne va in un paese libero, e al massimo vi toccherà una striscia con Michele”. L’editoriale che sogniamo di Bianca Berlinguer – di Giuliano Ferrara
di Giuliano Ferrara, 5 Agosto 2016 Non esistono i martiri della Tv, Bianca Berlinguer Mi hanno anticipato l’editoriale di Bianca Berlinguer, direttore uscente del Tg3. Ecco il testo.
“Cari telespettatori, ho diretto questo telegiornale per sette anni. L’ho diretto con Berlusconi, con Monti, con Letta, con Renzi. Nessuno mi ha mai dato fastidio, in senso politico. Presidenti e direttori generali della Rai hanno fatto il loro lavoro e io il mio. Ho parlato attraverso mille servizi, collegamenti, show, notiziari vari, delle lotte sociali, dell’economia, dell’industria, dei migranti, del terrorismo, di come va il mondo, delle guerre, degli americani, dei califfi, dei papi, delle battaglie parlamentari, dei cambi di governo, dei tycoon, dei tecnocrati, del fenomeno Royal Baby, sempre dicendo con compostezza e spero anche con grazia più o meno quel che pensavo si dovesse dire sul momento. Ho scelto i miei collaboratori con un grado notevole di autonomia. Ho realizzato la mia linea editoriale, curato personalmente i servizi, i commenti, le ospitate. Ho le mie idee, le mie simpatie, le mie connessioni, dentro e fuori il Pd, nell’azienda in cui lavoro e nel mondo della politica, ma non ho fatto di tutto questo un palloccoloso collante di potere e di magheggi. Ho occupato direttamente la scena, perché mi piace andare in video e credo di saperlo fare, e si è visto sempre dove stavo nel campo del conflitto politico tra amico e nemico. Nessuno ne ha fatto particolare scandalo, salvo qualche episodio di intolleranza o di partigianeria o di faziosità, ma robetta. Succede anche alla Bbc, dove per la verità succede perfino di peggio (oltre che di meglio, ovvio).
Ora lascio la direzione, il che è appena normale, e mi viene proposta una striscia quotidiana di mezz’ora a ridosso del Tg3, mi avvarrò della competenza e dell’esperienza di Michele Santoro, un tipetto che conoscete da anni e che non è precisamente la figura del secondino incaricato di imprigionarmi nella linea governativa e renzianamente corretta. Anzi, è più tribuno di quanto lo sia io, dovrò cercare di moderarlo. Spazio ce ne sarà, infatti alla striscia il dg della Rai ha aggiunto per me due seconde serate che raccordate all’intervento informativo quotidiano promettono bene. Potremo parlare senza problemi del referendum sulle riforme costituzionali e giocare sul ‘sì’ e sul ‘no’ con una certa libertà. Faremo gli ambientalisti e i socialisti quanto ci pare. Daremo peso all’Italia in cui ci riconosciamo e castigheremo l’Italia e il mondo che non ci piacciono, anche senza necessariamente abusare dei nostri ruoli di servizio pubblico.
Ma, insomma, cari telespettatori, abbiamo esperienza, è da anni che parliamo in tv di quanto poco ci facciano parlare in tv, da anni che esercitiamo piena libertà politica e ovviamente proclamiamo che la libertà ci viene negata, è da molti anni che facciamo se necessario i fatti nostri, e quando ci va coltiviamo pregiudizi e sentimenti malmostosi di rivalsa e di vendetta verso quelli che consideriamo i nostri nemici, magari facendo l’apologia del perdono e della riconciliazione, bè , mica siamo perfetti, ma neanche gli altri sono perfetti. Ecco, cari amici vicini e lontani, come vedete non sto a fare la martire, non ce n’è di che, sarebbe ridicolo da parte mia. Pensate a come stanno messi i giornalisti turchi, e ditemi voi se in Italia, dove facciamo il bello e il cattivo tempo, possiamo permetterci il lusso morale di considerarci vittime della brutalità censoria dello stato. Sì, lo so, molti di voi avrebbero preferito un martire prima dell’ora di cena, invece avete un direttore che se ne va in un paese libero, e al massimo prima di cena vi toccherà d’ora in avanti la mia striscia con Michele. Baci”.
Ma che brava Bianca, non capisco perché Laura Cesaretti la sfotta chiamandola sempre Biancaneve.


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 I NUOVI PERSEGUITATI CRISTIANI. [ SALMAN SAUDI ARABIA IO LO SO CHE TU SEI UN DEMONIO DI BESTIA MOLTO GENEROSO! tu non sei mai entrato nel satanismo! ISLAM è SEMPRE STATO IL SATANISMO! ] Conferenza n.17 del 26 gennaio 2007, Ospite: Antonio Socci / Argomento: Cristianesimo
L'INTOLLERANZA ANTICRISTIANA, Il cattolicesimo è oggi la religione più perseguitata del mondo. Milioni di cristiani hanno perso la vita nel secolo appena concluso. E milioni rischiano la vita ogni giorno. Antonio Socci è stato ospite del nostro Centro Culturale il 26 gennaio 2007. Erano presenti circa 230 persone. Il coraggioso giornalista cattolico ha affermato: sono fratelli che non dobbiamo dimenticare. Ecco l'intervista che ha concesso a Mario Palmaro per il Timone:
Il cattolicesimo è oggi la religione più perseguitata del mondo. Antonio Socci non usa giri di parole per rompere il velo di silenzio che avvolge la sofferenza quotidiana dei cristiani ai quattro angoli della terra. Il suo libro "I nuovi perseguitati" è diventato un caso editoriale, come accadeva per certi reportage dal Vietnam di Piero Gheddo ed Egisto Corradi, che raccontavano al mondo occidentale una versione dei fatti diversa da quella ufficiale. Socci - columnist del Giornale - compie innanzitutto un ottimo lavoro di cronista, e racconta al lettore un genocidio strisciante che sfugge incredibilmente all'attenzione dei mass media occidentali: nel mondo, milioni di persone sono duramente perseguitate, fino alla morte violenta, perché professano la loro fede in Gesù Cristo. Si capovolge uno dei pregiudizi del XX secolo: la Chiesa non già come perfida persecutrice ma come inerme, grande perseguitata.
Socci, come è nata l'idea di questo libro?
L'ho scritto per dovere di coscienza. Per motivi di lavoro, in questi anni ho visto passare sotto i miei occhi moltissime agenzie di stampa che riferivano di massacri in corso contro i cristiani. Avverto questo dramma come la passione di Cristo che continua duemila anni dopo. E percepisco il dovere di partecipare a questa prova come parte del Corpo mistico che è la Chiesa: anche se vivo qui in Italia non mi può essere estraneo ciò che sta capitando ai miei fratelli in Sudan, o in Cina, o in qualche angolo sperduto della Terra.
Quali sono state le prime reazioni al suo libro?
Ho lanciato un segnale di aiuto, e devo dire che gli ambienti laici lo hanno accolto con grande stupore e ancor maggiore interesse: dapprima c'è incredulità, poi partecipazione anche commossa a questo dramma. È difficile non provare meraviglia e stupore di fronte alla persecuzione contro i cattolici di ogni latitudine, perché in questi uomini vedi la presenza reale di Cristo nella storia. Gente semplice, con una fede semplice, tutt'altro che desiderosa di compiere gesti eroici e di cercare il martirio, ma trascinata contro la propria volontà in un martirio quotidiano, fatto di discriminazioni sul lavoro, di umiliazioni per la strada, di angherie e violenze subite dai propri figli a scuola o durante i giochi. Un martirio silenzioso destinato a restare probabilmente sconosciuto, senza canonizzazioni e riflettori del media system.
Il mondo cattolico occidentale è consapevole di questa persecuzione di massa che continua senza sosta?
Ho la sensazione che alle volte si preferisca girare la testa dall'altra parte, si abbia una strana vergogna di questi fratelli che soffrono per colpa del Vangelo. Questa è una grande occasione mancata, perché è soltanto la pietà e l'amore per Cristo Crocifisso che cambiano il cuore dell'uomo e lo conducono a provare pietà e amore verso l'uomo povero, sofferente, umiliato. Una cristianità che non sente come ferite inferte al Corpo mistico di Cristo le tribolazioni che colpiscono i fratelli nella fede, è una cristianità che esprime una solidarietà per gli ultimi non più credibile. La solidarietà verso i poveri deve avere radici a forma di croce, altrimenti è solo filantropia.
Non crede che a questo strano imbarazzo abbia contribuito anche una certa rinuncia allo slancio missionario, all'ansia di predicare il Vangelo e promuovere la conversione degli uomini che non hanno ancora conosciuto Cristo?
C'è un cattolicesimo progressista che considera comunicare Cristo una violenza. Ma questa idea non appartiene certo alla Chiesa. Giovanni Paolo II ha in realtà promosso da tempo una nuova evangelizzazione, e spesso se ne sente parlare. Il problema è che, in perfetta buona fede, siamo abituati a pensare la missione come un compito, una cosa che facciamo noi uomini. Il cardinal Ratzinger a proposito dei primi cristiani ci ricorda come il cristianesimo si diffuse per contagio, non per una strategia studiata a tavolino. Dobbiamo prestare attenzione a ciò che Gesù fa nella storia, perché siamo dentro un disegno guidato da altri.
Osservando commossi i cattolici perseguitati nel mondo, ci accorgiamo che la Chiesa è l'unico luogo in cui tutte le miserie vengono accolte, la verità viene difesa senza per altro contestare l'ordine costituito. È la forza della Grazia, che davvero sovrabbonda e sopravanza ogni nostro limite.
Fonte: Il Timone n. 19, Maggio/Giugno 2002
PER APPROFONDIRE
- Antonio Socci, I nuovi perseguitati. Indagine sulla intolleranza anticristiana nel nuovo secolo del martirio, ed. Piemme
- www.antoniosocci.com (il sito ufficiale di Antonio Socci) http://www.amicideltimone-staggia.it/it/articoli.php?id=26
"Noi copti non temiamo le persecuzioni, il martirio ci rende più forti"
Mosul senza messa dopo 1.600 anni. Il Papa evoca il sangue dei martiri
La questione, in fondo, è spirituale
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 I martiri hanno una faccia